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I giochi dei grandi (8° parte)

Gil Wyle

  È una distesa di sabbia, rocce e piante grasse e si stende a perdita d’occhio, su fino a Reno e alle montagne e dall’altra parte fino al lago Mead, alla California. Chilometri di deserto spazzato dal caldo.
Reno e Las Vegas sono piscine di suoni e luci e colori. Passi veloci sul lastricato in qualunque stagione. La gente arriva dalla campagna e dalle montagne attirata dalle luci, come le zanzare e le falene: danzano intorno ai casinò e se si scottano non tornano indietro. Questo è il posto in cui sono venuto a vivere al terzo anno di liceo dall’Illinois. Sono nato a Pleinfield, nella campagna della contea di Will, sulla statale 30 per l’Indiana. A Chicago ci sono stato un paio di volte con mio padre: al Wrigley Field per vedere i Cubs. Ricordo le luci, ma niente a che fare con Las Vegas.
  Ho traslocato un paio di volte. Ho sepolto mio padre un pomeriggio di tanti anni fa, quando i miei capelli erano ancora biondi e li portavo più lunghi di ora. Mia madre vive in un appartamento fresco e vado a trovarla qualche volta. Lei mi dice sempre che sono uno splendido uomo, ma credo che siano le cose che ogni madre dice al proprio figlio. Poi non lo so per certo: lei è l’unica madre che abbia mai avuto. Non mi sono mai sposato: tutte le donne con cui ho rotto sono diventate affascinanti mogli di qualcun altro. E non ho figli. Faccio lo stesso lavoro da trent’anni.
La prima volta che ho visto un uomo morto ho avuto un po’ paura: se ne stava sul bordo del canale, nel fango, le braccia scheletriche allungate verso il cielo e la faccia gialla, di cera.

Gli altri sono diventati lavoro. Alla fine di agosto dello scorso anno, al termine di una giornata calda, iniziavo il mio turno notturno con una chiamata dalla zona sud di Las Vegas, in collina.
Quando sono arrivato io c’era già l’ambulanza. Un bambino minuscolo era seduto sulla lettiga, una coperta rossa intorno alle spalle. Gli misuravano la pressione. Mi sono guardato intorno e non c’erano rottami d’auto o una bicicletta rovinata: nessun incidente ma il bambino aveva i jeans sporchi di erba e terra e macchiati di sangue. Rivoli ormai asciutti e incredibilmente rossi gli rigavano il viso e le braccia. E lui non si muoveva, guardava i paramedici.
Ho iniziato a scattargli foto.
  Come ti chiami?, gli ho chiesto. E lui ha detto, Sammy Elliot Yates. Ma non sapeva dire il suo indirizzo, forse l’aveva scordato. Sono andato in ospedale con la mia macchina, per prendere i vestiti, altri campioni e la prima deposizione.
Più tardi scoprimmo che la sua famiglia era stata massacrata in casa, quattro isolati più su, in Columbine Street. Io entrai in casa solo più tardi, qualche giorno dopo, prima che il caso venisse dichiarato chiuso e togliessimo i sigilli. C’era ancora il sangue sulle pareti e sul pavimento della camera dei bambini, altrimenti sarebbe stata una casa normale. Ma quelle strisce di plastica gialla parlavano chiarissimo, anche se non c’erano segni fatti col gesso nell’ingresso o da altre parti.
 Per chiudere le indagini ci abbiamo messo cinque giorni. Due giorni prima i corpi sono stati rilasciati allo stato del Nevada. L’amministrazione comunale si occupò dei funerali; si sono presi cura di Sammy, gli hanno quasi voluto bene. Ma ad un certo punto lui è dovuto rimanere solo con se stesso. È stato un passaggio obbligato, una di quelle prove che si devono affrontare se si vuole crescere. Magari la sua è stata più dura di quella dei suoi compagni di classe…ma ora va ad una nuova scuola, migliore di quella che c’era nelle Southern Highlands.
  Spero che stia bene. Perché ci penso spesso, a lui. Non è stato una caso che ho risolto con la mia squadra, una cartella da archiviare. Sammy è, in un certo senso, un caso aperto. Una ferita aperta e sanguinante: cose come quella che gli è successa non dovrebbero capitare in una società civile. Perché allora sono molto più civili le popolazioni che vivono nella foresta e si spaventano di fronte ad un aereo. Che poi chi decide che quelli non sono civili? 
  In trent’anni ho studiato casi di troppi bambini. A quelli non mi sono abituato e spero di non farci mai l’abitudine. Sarebbe davvero triste. Sarebbe davvero la fine.

Pubblicato il 23/8/2005 alle 11.2 nella rubrica Racconti.

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