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I giochi dei grandi (7° parte)

Sara Hampton

 Avevo bevuto due lattine per colazione e tutto il giorno avevo succhiato caramelle per la gola, quelle alle erbe balsamiche che vendono nel sacchetto giallo ocra.
Con il caldo del deserto che soffia sulla città qualcosa di fresco è una benedizione, ma la mia non era voglia di qualcosa di fresco. Il fatto è che niente andava come avrebbe dovuto. Avevo caramelle per la gola in ogni tasca, compravo pacchetti e pacchetti e li seminavo nei vestiti per non stare mai senza. Compravo confezioni da sei e le infilavo nel frigo. Aspettavo di essere fuori servizio per andare in qualche bar e bere o per rifugiarmi in casa mia.
  E se ci penso so quando è cominciato tutto. Quando è crollato tutto: era notte ed era l’inizio dell’estate, l’aria era fresca nel frinire dei grilli. Qualche stella illuminava il cielo nero lì dov’ero io, nel deserto. Las Vegas a un paio di miglia di distanza con le sue luci e i suoi rumori. Solo io, nel deserto, la macchina in una piazzola di sosta sulla statale per il lago Mead, un centinaio di metri più su.
Il vento leggero nei capelli e sulle spalle, gli occhi umidi, le guance appiccicose di lacrime.

  E un paio di mesi più tardi, nell’estate che volgeva al termine, qualche volte avevo ancora voglia di piangere. Sentivo la testa pesante, le idee ronzare nel cervello che era come zucchero sciolto. Qualche volta volevo solo smettere di pensare: andavo alla lattina o alla bottiglia come un automa, staccavo la spina del cervello. Ma qualche sensore rimaneva acceso, capitava che avessi una sensibilità centuplicata. Restavo intontita dall’alcol e vedevo tutto, sentivo tutto. Come un sesto senso, quelle cose da brivido di cui parla Stephen King ne Il miglio verde. Mi sentivo il John Coffey della situazione, con un senso di disagio ad agitarsi in ogni piega del corpo. 
  Stanca e triste lavoravo al caso Yates. Succhiavo caramelle per la gola. E pensavo. Pensavo a ripetizione del mio amore sfortunato per un uomo più grande di me. Alle sue parole, quella notte d’estate. Ai suoi occhi, così azzurri nelle luminarie di uptown. Alle sue mani e alle sue spalle. E mentre pensavo sentivo gli occhi pesanti di lacrime. Sentivo le braccia stanche.

  E una volta l’ho visto. In fondo al corridoio, nella luce verde dei neon e in quella azzurrina dei computer. La maglietta rossa del Mickey Mouse’s Club. Calzoncini di tela. Scarpe da tennis. Un berretto di tela in una mano. Sorrideva, quel sorriso dei bambini che sembra un broncio, con le labbra tirate. Sono rimasta a guardarlo e sapevo che fosse. Era il bambino sopravvissuto al massacro della sua famiglia, aveva un cerotto sul braccio e un altro sul sopracciglio destro. Con lui c’era un uomo con un paio di pantaloni da cricket e una maglietta col colletto: qualcuno dell’assistenza all’infanzia, forse lo psicologo o lo psicoterapeuta.
Jim e Gil l’hanno portato nella stanzetta degli interrogatori e io sono tornata al laboratorio, dove analizzavo il coltello.
  Oggi quel bambino ha una casa vera, non deve dividere la stanza con altri bambini abbandonati. Ha vestiti nuovi, giocattoli e qualcuno che lo ama davvero. So che va matto per le patate fritte, gli spaghetti e la 7up, gioca a calcio e da grande vorrebbe fare l’inventore, l’astronauta, l’esploratore.
  Io sono appena tornata da un bar di uptown. Ho bevuto seduta al bancone. In fondo al locale uno solo dei tavoli da biliardo era occupato: cinque uomini panciuti illuminati dalle lampade basse. A casa ho fatto una doccia, i capelli raccolti sulla nuca. L’aria fresca che entra dalla finestra della mia camera è una carezza rassicurante. Resta il vento a coccolarmi fino a tardi, fino a quando la birra non lascia altro che un leggero torpore alle braccia.

  Guardo il soffitto e sogno di andare alla deriva. Sogno che non ci sia un posto dove andare a lavorare, che non ci sia sangue da analizzare, foto da scattare. Sogno che sia tutto così lontano da non riuscire neanche a sentirne il suono.

Ma poi si apre una finestra: questa è la mia casa, questa è la mia città. Vivo e lavoro perché non debbano esserci più bambini come il piccolo Yates, che non può più permettersi di essere tanto giovane ed innocente. Ed è per questo che torno ogni giorno a lavoro, anche quando fa male.

Pubblicato il 28/7/2005 alle 11.46 nella rubrica Racconti.

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