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I giochi dei grandi (6° parte)

Nick Gilmore

  Las Vegas vive di notte. Si accendono luci e suoni, passi veloci sui lastricati di downtown di gente che affolla le sale luminose dei casinò. Turisti che arrivano da tutta l’America per tentare la sorte al black jack o alla roulette. Tutti hanno un sistema e si affidano alla fortuna.
Quando vivevo ancora in Texas mi chiedevo che effetto potesse fare vivere in grandi città: casa mia era lungo la strada municipale numero 4 di un posto molto pittoresco chiamato San Juan, case di legno e pietra, il Travelling bar, un vecchio hotel che aveva chiuso i battenti dopo la guerra di Corea ed era il ritrovo di ragazzini e adolescenti. Lungo i corridoi e nelle vecchie stanze c’era silenzio e polvere, ma l’atmosfera era straordinaria e specialmente nelle notti di luna piena. Mi chiedevo come potesse essere vivere in posti famosi come New York o Washington, d.c. o Chicago o Miami. E quando ho deciso di andare in accademia nella contea di Clark, in Nevada, Las Vegas rappresentava una specie di sogno che si realizza. Luci e suoni senza fine, gente e gente e gente. E che bello che era all’inizio lavorare nelle notti luminose della città del gioco d’azzardo.

  Ben presto ho scoperto che lo sfavillio delle luci copriva una realtà ben più buia: omicidi, vecchi rancori, vendette trasversali. Il mio primo caso come agente della polizia scientifica fu un omicidio al cimitero dei neon, un posto dove vecchie insegne e luci dei casinò vengono abbandonate, il posto prediletto dalla mafia del gioco d’azzardo per regolare conti in sospeso e aprirne di nuovi. Molti dei casi a cui ho lavorato riguardano casinò e mafia. Una percentuale bassa riguarda i crimini al di fuori degli affari: crimini passionali soprattutto. Forse mi vengono assegnati solo casi di un certo stampo.

  Ma quando lavorai al caso Yates non era la prima volta che indagavo su un massacro familiare. Due anni prima una sedicenne aveva accoltellato la famiglia lasciando viva solo la sorellina più piccola – che poi si scoprì essere sua figlia, sua e del padre.
Lavoravo al turno di notte, quella settimana. Mi portarono le prove in laboratorio, gli scatti e i rilievi. Guardavo e riguardavo tutto, ogni volta dall’inizio alla fine e non arrivavo mai a capo di niente.
Non c’era sangue negli scarichi. Non c’erano impronte estranee a quelle della famiglia. Fibre e tessuti: zero. Le impronte sull’arma del delitto erano parziali e combaciavano con quelle del padre, della madre e del bambino che si era salvato. La verità su quello che era successo sembrava lontana anni luce. Ogni volta che analizzavo le prove c’era sempre qualcosa, come un retrogusto troppo dolce: paura, credo che fosse. Di quello che avrei potuto scoprire, di quello che non vedevo.
  Tutta la squadra si occupava del caso Yates e il tempo scorreva inesorabile. Le lancette compivano giri completi senza che noi avessimo capito una virgola di quello che era successo nella casa al 128 di Columbine Street.
  Sto dalla parte dei buoni. Come i pompieri o i super eroi. Sto da questa parte della linea anche se non va proprio in linea retta e ci sono punti in cui è interrotta o coperta di polvere. Ci sto ogni giorno e sarebbe bello che la linea fosse netta. Almeno sarebbe meno complicato fare il mio lavoro. Ma poi, chi decide chi è buono e chi no?
Quando ero piccolo, in Texas, avevamo un cane. Un bastardino giallo e peloso, buono come il pane. Ma un giorno papà ha dovuto sparargli in testa: aveva morso mio fratello alla gamba e per fortuna che non gli ha fatto dei danni. Era stato buono e poi bang, qualcosa l’ha risvegliato e ha morso Ty. E qualche volta accade anche agli uomini. Come è successo per la famiglia Yates. E quando accade vorrei sparire.

Pubblicato il 21/7/2005 alle 9.50 nella rubrica Racconti.

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