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i giochi dei grandi (5° parte)

I suoi pensieri

  La signora Lachlan apre lo sportello del frigo. Le bottiglie di vetro fanno rumore, la luce illumina il pavimento con le mattonelle sbeccate. Ho gelatina d’uva, dice. Si volta a guardarmi. Scuoto la testa: la gelatina mi fa schifo. Allora un bel bicchiere di latte e qualche biscotto fatto in casa, dice. Prende il cartone del latte e riempie un bicchiere di vetro blu. Prende i biscotti dal sacchetto.
Ne vuoi anche tu, Kevin, chiede a mio fratello. Lui è seduto accanto a me e disegna su uno dei fogli che lei gli ha dato. Lei gli fa le domande e lui non risponde mai. Kevin non risponde mai alle domande. Lo guardo: continua a disegnare con un pastello verde. A casa nostra, i suoi disegni sono sullo sportello del frigorifero e nella nostra cameretta, attaccati con lo scotch perché non abbiamo il permesso di usare puntine da disegno. Sul frigo della signora Lachlan non ci sono disegni di bambini: lei non ha figli. Mamma ci lascia da lei perché lei e papà lavorano tutto il giorno e non possono stare con noi. Mamma dice che abbiamo bisogno di soldi per le terapie di Kevin e per questo deve lavorare tanto e prega che papà venga assunto dalla nuova scuola media che stanno costruendo vicino casa. 
  I biscotti sono alla mandorla, sono tondi e friabili, buonissimi. Kevin non li prende, continua a disegnare.
Quando hai finito puoi uscire sul retro, dice la signora Lachlan. Sul retro ha una vecchia altalena appesa al ramo di un albero, la vernice del pianale viene via a scaglie e alcune sono grandi come la mia mano. Una volta doveva essere una gran bella altalena, forse quando i suoi figli erano piccoli e quando il signor Lachlan era ancora vivo.

Guarda Sammy, ti faccio vedere una cosa, dice la signora Lachlan. Mi prende la mano e mi porta in salotto, tira fuori una scatola dal mobiletto del telefono. In cucina Kevin continua a disegnare, non si è neanche accorto che ce ne siamo andati. Nella scatola ci sono le foto della signora Lachlan.
Indovina, questa sono io con almeno quarant’anni di meno, dice la signora Lachlan. E la figura nella foto non sembra affatto la signora Lachlan: ha gli occhi grandi, i capelli sciolti sulle spalle.

  Ha altre foto sul pianoforte nell’angolo accanto alla finestra, ma a me non interessano le foto che tanto le conosco già tutte.
Anche a casa nostra abbiamo un vecchio piano, di quando mamma era giovane. È stata lei ad insegnarmi a suonare; era brava quando era piccola e voleva imparare a ballare. Io e Kevin giochiamo nel giardino della signora Lachlan e vorrei che non finisse mai.
Ma mamma ci viene a prendere per riportarci a casa. Prende le nostre cose, sistema la maglietta di Kevin, lo guarda e gli sorride. Le brillano gli occhi, sono verdi e stanchi.
I miei ragazzi, dice. Ci stringe forte, ci prende per mano e ci porta in macchina, una T-Bird azzurra coi sedili morbidi e polverosi e un adesivo del Cincinnati Cardinals nell’angolo in basso a destra del lunotto.
Kevin guarda fuori, non sente me e mamma che chiacchieriamo. Arriviamo in Colombine Street.
Casa nostra è al 128, ci sono ancora delle case da costruire, una davanti a casa nostra ha solo lo scheletro. Dalle finestre entra polvere che si posa sui mobili e sul pavimento, zanzare grandi così ronzano di notte e pungono e succhiano sangue. Un vecchio canestro arrugginito sta inchiodato alla parete del garage, sopra la saracinesca: papà palleggia con la sua palla rossa con la stampa dei Chicago Bulls e tira a canestro e si sente come quando era al liceo e non era sposato e non aveva figli. Mamma lo guarda seduta su una sedia pieghevole gialla e beve limonata e legge un libro di favole a Kevin. Lui sta seduto su una sedia verde e guarda mamma e il libro e gli alberi lungo la strada e le finestre delle altre case e i bambini che giocano in giardino. Papà mi dice, Vieni Sammy, giochiamo a basket. Ma a me il basket fa schifo e la palla è pesante e polverosa e il toro mi guarda con gli occhi cattivi e vorrei strapparlo via dalla plastica e calpestarlo e gettarlo nei secchi che stanno nel viottolo sul retro.

  Papà prepara il suo polpettone con l’ingrediente segreto e l’odore riempie la cucina. Kevin beve ginger ale da un bicchiere colorato e guarda la televisione. Gli piacciono i film western e le commedie di mamma. Gli piacciono i pop-corn al burro che fa papà. Gli piacciono i suoi disegni e ne fa a quintali e li appiccica ai muri con lo scotch perché non ha il permesso di usare le puntine da disegno.
Di notte, nella nostra camera, allunga il braccio nel buio e mi prende la mano e ci addormentiamo. Se poi piove o mi sveglia un incubo mi fa andare nel suo letto, mi fa spazio accanto a se e mi tiene per mano. Qualche volta mamma ci trova addormentati nello stesso letto, al mattino. E qualche volta ci fa una colazione speciale, con le frittelle e lo sciroppo d’acero.

Pubblicato il 15/7/2005 alle 15.33 nella rubrica Racconti.

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