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I giochi dei grandi (4° parte)

Warrick Grady

  Aveva fatto caldo per tutto il giorno. A mezzogiorno ero sceso allo Star Market per comprare gelato e birra fredda. Ricordo che mentre tornavo a casa ho pensato a quando ero piccolo e immaginavo l’asfalto sciogliersi sotto le scarpe di gomma. A casa ho tolto la camicia e i pantaloni, le scarpe e i calzini. Nella penombra passeggiavo ascoltando musica in attesa della sera: avrebbe fatto più fresco.
  Da qualche parte ho letto che Las Vegas ha il più alto tasso di criminalità del Paese. Ma anche il tasso di disoccupazione più basso. Mentre leggevo quelle parole ricordo di aver pensato che la maggior parte dei disoccupati li tiravo giù dalle travi o li tiravo fuori dalle loro auto accartocciate lungo la statale per il Gran Canyon.
A Las Vegas ci sono nato e cresciuto. Ho passato il tempo nei casinò a giocare troppo alto quando avevo appena la patente fino a che uno della mafia dei casinò non m’ha arruolato per fare da corriere. Cose che capitano. Anch’io dicevo che non mi sarebbe mai successo niente di male, e invece la polizia m’ha arrestato una sera calda con tante stelle. Avevo ventidue anni e me lo ricordo come fosse ieri: le mie mani tremanti, i capelli incollati sulla fronte e sulla nuca, le pupille dilatate e la vista confusa. Eppure ero io. Lo stesso che lavora come agente della polizia scientifica.
Adoro il mio lavoro, anche se qualche volta vorrei staccare la spina un momento e pensare ad altro. Ma nel quartiere dove sono nato la disoccupazione è all’ordine del giorno e molti ragazzi finiscono nel giro della droga. Quindi quando sono stanco del mio lavoro ringrazio il cielo e chi di dovere semplicemente perché ho un lavoro e posso permettermi una bella casa comoda, un’auto, vestiti e ragazze (quando sono particolarmente fortunato).
  Quella sera, poco prima del Labor Day se non sbaglio, era fresco. Si stava bene in camicia e sarebbe stato bello passeggiare lungo le strade al fianco di una bellissima modella nel suo abitino di seta lucido e rosa, tacchi alti e sguardo sereno. Invece dovevo lavorare, al 128 di Colombine Street, giù nelle Southern Highlands.
Quando sono arrivato avevano già portato via i corpi. Quattro corpi. Io dovevo fare i rilievi con Catherine Queller e Greg Payton. 
  Qualche volta i casi ti entrano dentro, restano impigliati all’anima o non so a quale organo che sta tra il torace e l’addome, dove convergono i fili del corpo e senti l’amore, quando bussa. Qualche volta i corpi morti si sollevano dal lettino di metallo, si liberano del lenzuolo azzurrino e ti vengono a cercare e ti raccontano della loro vita e dei loro sogni e dei loro guai. Sembra un po’ macabro ma è quello che succede. Alcuni smettono di essere semplici corpi morti e tornano ad essere persone vere e proprie e quando li incontri la loro pelle ti lascia un segno. Come una bruciatura o un tatuaggio. Un segno che non va via tanto presto. Magari è magia. Magari è che a certe cose non ci si fa mai l’abitudine. Tutto scorre. Ma non è del tutto vero: ci sono sassi contro cui andare a sbattere, alghe e radici a cui rimanere impigliati. E io sono rimasto impigliato negli occhi grandi e verdi di Gretchen Yates, così simili a quelli della sua mamma. Sono rimasto impigliato nell’arancio acceso della maglietta di Kevin Yates. Bambini che non sarebbero mai cresciuti e che mentre io perquisivo casa loro se ne stavano stesi in sacchi di plastica in attesa che un impietoso patologo praticasse un taglio a y sul torace. Quando sono i bambini ad andarci di mezzo mi sale qualcosa alla gola. Un misto freddo di rabbia e dolore. E c’era anche il loro fratellino, che era ancora vivo e forse era peggio. Senza mamma e senza papà. Senza casa. Senza niente. Era tutto così sbagliato che non mi veniva niente di meglio da fare che buttarmi nel lavoro a testa bassa e lavorare e lavorare e lavorare.

  Capire. Dovevo capire cosa fosse successo in quella casa. La dinamica dell’omicidio. Ma le prove sembravano inconcludenti. Non c’erano tracce di un estraneo. Sotto le unghie Wendy non aveva nulla: niente tessuti estranei e lei era l’unica che si sarebbe potuta difendere in qualche modo, vista la ferita che aveva al centro del petto. Sammy era in stato di shock post traumatico da stress, riempiva pagine e pagine di scritti sulla diga Hoover e il lago Mead.

Poi un giorno l’assistente sociale che l’aveva in custodia ci portò un foglio di quaderno scritto da lui. Parole nervose, quasi scavate nella carta, impresse a forza dalla punta a sfera di una penna rossa. ti odio e odio quello che hai fatto. vorrei che tu bruciassi all’inferno e che non vedessi mai più il sole e l’oceano e il lago mead. vorrei che scomparissi dai miei ricordi. ti odio. odio me stesso e voglio morire. E mentre leggevo volevo correre via, nascondere il viso e piangere fino a non avere più lacrime. 
 È stato allora che ho iniziato a pregare per Sammy, perché non scrivesse più quelle cose che aveva scritto, perché la sua sofferenza venisse alleviata in qualche modo. Volevo stringerlo forte e baciare i suoi lividi e le sue lacrime e benedirlo e ringraziarlo di essere sopravvissuto.

  Ho paura. Ho trentadue anni e ho paura. Qualche volta non ci dormo la notte ma non mi vergogno a dirlo. Las Vegas è il mio angolo di mondo, la scienza forense il mio mestiere. Non posso far altro che dare il meglio di me. E pregare perché nessuno più impazzisca in certi modi che poi analizzo io. Non so dove andremo a finire se continuiamo ad odiarci così. Vorrei solo poter fare di più.

Ma quei giorni era caldo e l’estate iniziava ad essere un ricordo e Sammy sorrideva appena e stringeva i piccoli pugni per non cedere al pianto. E avrei voluto dirgli di avere coraggio e di non smettere di credere nei suoi sogni. E volevo dirglielo mentre scrivevo la parola chiuso sul dossier mentale che m’ero fatto del caso Yates. E gliel’ho detto un pomeriggio di settembre, un pomeriggio di sole e cielo azzurro.

Pubblicato il 7/7/2005 alle 9.14 nella rubrica Racconti.

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