Blog: http://lottaecontemplazione.ilcannocchiale.it

i giochi dei grandi (3° parte)

Greg Payton

  L’estate stava finendo. Qualche volta è ancora un dispiacere, come un dolore sottile che si infila tra i muscoli, come quando andavo ancora a scuola. I giorni che precedono il Labour Day sono lunghi e caldi, iniziano con un cielo color carta da zucchero e finiscono nel frinire dei grilli e nell’odore di Root Beer. Mio nonno si accomodava sulla poltrona di legno in veranda e guardava la strada e sembrava in attesa e io lo guardavo e potevo stare delle ore a guardare la sua faccia norvegese, le sue mani che sembravano scolpite dal vento gelido del Mare del Nord. Quando ero piccolo mi faceva sedere sulle sue gambe, mi chiedeva di portargli la sua pipa, mi faceva vedere come riempirla di tabacco. Mia nonna gli diceva che non doveva insegnarmi a fumare e lui mi strizzava l’occhio nella luce fioca del lampione in fondo alla strada. I suoi occhi di un buio  azzurro autunnale, i suoi capelli biondi e sottili e la pelle scura di chi passa molto tempo al sole.
  Le sere di fine estate sono silenziose e solitarie. A Las Vegas poi, le luci di downtown sembrano più pigre, si accendono e si spengono sui passanti frettolosi, i direttori di sala siedono negli angoli e bevono acqua dalle bottiglie di plastica. Tutto più lento, più stanco.
  Quando arrivò la chiamata stavo pulendo il laboratorio. Qualche volta lavoravo anche sul campo ma la maggior parte del tempo la passavo in laboratorio, tra le provette e i microscopi. Quel caso potevo seguirlo sul campo ed ero al settimo cielo. Sono arrivato nelle Southern Highlands in tempo per vedere l’ambulanza andare via. Catherine mi ha detto di seguirla in strada. Seguivamo tracce di sangue, gocce cadute dall’alto, viscose e lucide nella luce fioca dei lampioni. Su fino a Colombine Street, fino a una casetta di legno giallo con la porta rossa e l’erba tagliata da poco. C’erano dei giocattoli sul prato. Dove finiva l’illuminazione dei lampioni c’era una lama di luce pallida che scivolava fuori dalla porta socchiusa. 
  Dentro c’era silenzio. Neanche il gocciolio dei rubinetti o lo scricchiolio del pavimento. I tubi tacevano dietro le pareti. Volti sorridenti mi guardavano dalle cornici appese. 
    Sul tavolo in cucina c’era un quaderno di fogli a righe gialli, una Ticonderoga numero 2 e un libro di narrativa. Sul bancone c’era un bicchiere di vetro azzurro con del succo d’arancia. Appiccicati allo sportello del frigorifero c’erano disegni e pagelle, su un compito in classe campeggiava una bella a rossa circondata da stelle fatte a mano. 
  Ho lasciato la cucina per il corridoio buio. Qualche volta il buio si annida nei posti dove è successo qualcosa di terribile. Le ombre sembrano più dense, più scure. E quando entri in certi posti ti sembra che la porta dell’inferno si sia spalancata, che siano saltati i chiavistelli e i cardini e sia venuto fuori l’odore di pollo bollito e muffa e le ombre scure e tutto il male e la devastazione e l’odio e il rancore. Qualche volta sembra che le emozioni abbiano un odore, specialmente quelle cattive. Ma forse è solo perché sono alle prime armi nelle indagini sul campo, sono solo sensazioni che poi passano.
  Ma il male alla bocca dello stomaco quando sono entrato nella camera dei bambini al numero 128 di Colombine Street non me lo sono immaginato. Era lì, pulsante e fastidioso come una botta al gomito o una puntura di vespa. 
  Una bella cameretta: due letti di legno e il lettino, il guardaroba con le ante di listelle, la scrivania sotto la finestra, le mensole. L’ultimo numero de L’Uomo Ragno e di Boy’s Life. Poster e locandine alle pareti: Gorrilaz, Green Day, Blink 182, Avril Lavigne, Gwen Stefani e Buffy; un cucciolo di elefante; la locandina di Peter Pan; un manifesto del Firsth Downsview con la scritta divertiti con noi! In grandi lettere gialle; il castello dei cigni nel cuore dell’Europa, che non era Hogwarts e nessun’altra scuola di magia; figurine del baseball. 
  Se fino ad allora mi era sembrato che quella sera d’estate stesse andando in pezzi (seguire minuscole gocce di sangue lungo la strada, trovare la casa avvolta dal silenzio totale), non avevo ancora visto quello
    Era quello il vero disfacimento. Gli occhi di Wendy Yates. Le mani contratte di Dean Yates. Il viso di Gretchen Yates. Le spalle di Kevin Yates. 
  È venuto giù un puma e ha fatto questo disastro, ho pensato. Ma Wendy aveva ancora il coltello piantato nel petto e i puma non usano coltelli.

La macchina fotografica pesante. L’aria che non arrivava ai polmoni. Quel dolore leggero ai polsi mentre scattavo foto su foto.
  Quella era la porta dell’inferno, altro che il liceo come in Buffy – l’ammazza vampiri. Li, da qualche parte, s’era aperta la botola e potevo quasi sentire l’odore stantio del sangue e della polvere e della carne bruciata di secoli e secoli di male puro. Magari in garage. Dovevo controllare ma continuavo a guardare Catherine e lei scuoteva la testa. 
  Mi chiedo come abbia fatto a scappare, ho detto e la mia voce mi era sembrata troppo alta, troppo acuta. Volevo rannicchiarmi in me stesso e scomparire.

Sono uscito sul prato davanti, a guardare le stelle. E ho corso fino all’angolo e ho vomitato anche l’anima, in quella sera di fine estate che aveva l’alito profumato di vaniglia. 
  Mio nonno mi chiede perché faccio il lavoro che faccio, perché voglio andare a fare indagini sul campo. Mi chiede perché non sono diventato insegnante. Mi dice che potrei mettermi ad allenare una squadra della Little League e quando gli dico che potrei farlo comunque lui scuote la stessa. Non dopo quello che vedi, dice. E ha ragione. E quando mi chiede perché ho scelto questo lavoro vorrei rispondere che lo faccio per chiudere più botole possibile, ma mi prenderebbe per matto. Ma poi mi guarda coi suoi bui occhi sereni e credo capisca tutto quello che vorrei dire e non dico perché ancora mi vergogno come quando andavo a scuola e mi mettevo a sedere sulle sue ginocchia.

Pubblicato il 29/6/2005 alle 12.36 nella rubrica Racconti.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web