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I giochi dei grandi (2° parte)

Catherine Queller

  Era un bambino piccolissimo. Molto più piccolo di quanto fosse stata mia figlia alla sua età. Mi guardava in silenzio, seduto sulla lettiga. Io lavoravo e lui mi guardava.

Aveva dei bei vestiti, macchiati e sporchi di sangue ma belli: ho pensato che i suoi genitori ci tenessero perché fosse sempre pulito e in ordine. La sua pelle profumava di latte: doveva aver fatto un bagno da poco.

  Tremava. Gli avevano messo addosso una di quelle coperte rosse che stanno sulle ambulanze. Un paramedico gli controllava la pressione. Accanto a lui, sulla lettiga, aveva una maschera per l’ossigeno, una di quelle con un palloncino di plastica arancione e una sacca di soluzione fisiologica con il tubicino arrotolato.

L’ho trovato bellissimo. Il bambino più bello che io abbia mai visto. Aveva questi occhi, grandi e caldi e mediterranei che sembravano poter comprendere tutto. E mentre lo guardavo ricordo di aver pensato a mia figlia. Ho fatto un’associazione mentale con Lindsay: l’ho rivista seduta sul retro dell’ambulanza, avvolta nella coperta grigia, i capelli bagnati che le stavano appiccicati alle guance pallide, gli occhi accesi sotto i lampeggianti delle auto, la notte che è morto suo padre, quando erano finiti nel canale con l’auto. Mentre la guardavo, quella notte, avvolta dal tepore della coperta, mentre sorseggiavo caffè caldo e i capelli bagnati mi stavano incollati alla nuca, lei era bella e serena e forte.
  Come ti chiami, gli ha chiesto Gil. Il bambino ha alzato gli occhi al viso di Gil, l’ha guardato. Samuel Elliot Yates, ha detto. Ma non ha risposto quando Gil gli ha chiesto l’indirizzo. Gli scattavo le foto e lui mi guardava. E Gil ha detto, Vado io in ospedale per la deposizione. Ed è stato un sollievo non dover ascoltare le sue parole e guardarlo ancora.

  Quando l’ambulanza è andata via io e Greg Payton abbiamo seguito le tracce di sangue in strada. Ogni goccia veniva catalogata e segnalata con un cartellino di plastica giallo numerato. Indietro fino a Columbine Street, una stradina male illuminata e polverosa; in fondo, verso West Ridge Road il buio sembrava inghiottire gli scheletri delle case in costruzione. In un giardino c’era un sacco di cemento solidificato e qualche mattone rotto. C’erano grilli che frinivano nei cespugli verdissimi delle case abitate.
  La cassetta delle lettere del numero 128 era rossa, montata su un paletto di legno. In vernice bianca, sui fianchi, era stato scritto yates in lettere traballanti. In fondo al vialetto di lastricato la porta era aperta: la luce fioca dipingeva una lama giallina sullo scalino di cemento e sull’erba pallida del prato. L’erba era stata tagliata da poco e c’erano dei giocattoli, una palla di plastica e un sonaglio per bambini piccoli.

  Siamo entrati e dentro non c’era nessun rumore. La luce sul retro era accesa e illuminava panni stesi ad asciugare e due biciclette appoggiate allo steccato. Il cancelletto sul viottolo era chiuso col chiavistello.
I signori Yates e due dei loro tre figli erano morti e non credo di aver mai visto nulla del genere.

  Credevo di averci fatto l’abitudine: dopo un po’ che lavori in polizia non senti più le gambe molli e la nausea che accolgono la vista del primo cadavere.

La casa era pulita e in ordine, odorava di disinfettante e tè. In fondo al corridoio c’era la camera dei bambini: due letti a castello, un lettino, il guardaroba e una scrivania sotto la finestra. Ma Gretchen Yates aveva solo cinque mesi e la sua morte non aveva nulla del dolce sonno che ti raccontano quando sei bambino: la sua morte era cruda ed era morte e basta.

  A quanti bambini ho scattato foto per il dossier? A quanti bambini ho preso i vestiti per mandarli al laboratorio? Non voglio contarli.

  Ho pensato a Lindsay: quando aveva cinque mesi era perfetta e bellissima. La sua pelle era fresca, odorava di latte e borotalco, faceva bolle con la bocca, muoveva gambe e braccia nell’aria. E adoravo guardarla.

E quella notte di fine estate io scattavo foto ad una bambina che non sarebbe mai vissuta, mai cresciuta mentre aspettavamo l’arrivo del coroner: non possiamo toccare i corpi prima che il medico dichiari il decesso. Greg non parlava, lo sentivo che si muoveva e non parlava. Era uno dei primi casi che lavorava sul campo, prima faceva analisi di laboratorio.
  E Kevin Yates era ancora seduto alla scrivania, la testa sui fumetti, le braccia abbandonate lungo i fianchi. E sangue sul pavimento e sulla sua maglietta arancio e sui suoi jeans. Aveva otto anni e i capelli più lunghi del fratellino che scendevano sugli occhi in un ciuffo morbido.
  Dean e Wendy Yates erano sul pavimento. Wendy aveva ancora il coltello nel petto e gli occhi verdi erano vacui, fissavano il soffitto senza vederlo.

Mi chiedo come abbia fatto a scappare, ha detto Greg. Parlava piano. L’ho guardato: aveva la macchina fotografica in mano e guardava il sangue. Rosso e lucido, sul pavimento e sulle pareti.  Sui muri c’erano poster e figurine del baseball attaccate con lo scotch invisibile. Una palla da baseball era rotolata attraverso una delle pozze di sangue lasciandosi dietro una scia rossa.

  Mentre aspettavo il coroner ho pensato a Lindsay, viva e vegeta a casa della sua amica. Ho immaginato i suoi capelli biondissimi e lunghi, le sue labbra rosse, le lentiggini e gli occhi blu seduta sul letto o in terra, che parla o ascolta. E la sua amichetta che le sta accanto o di fronte e la guarda o guarda la sua bambola e sorride. E avere dieci anni in una notte di fine estate è una cosa splendida, stare con la tua amichetta a chiacchierare fino a tardi della scuola che deve iniziare e mangiare marshmellows come fosse Halloween e bere coca alla vaniglia e guardare la tele e truccarsi nel bagno dei genitori e provarsi i vestiti della sorella grande. Deve essere bello, vivere senza tormenti, senza chiedersi a quale corpo scatterai le foto oggi. Perché dopo un po’ questo ricomincia ad essere un lavoro differente da tutti gli altri: sei una che indaga sulla morte della gente, che scava tunnel nel passato delle persone per capire come sono morte e perché.

E quando torno a casa c’è Lindsay, che è in prima media e ha tanti nuovi amici. E mi chiede tranquillità, mi chiede di starle accanto e di guardarla in silenzio anche se qualche volta vorrei gridare. Di rabbia e dolore.

Pubblicato il 22/6/2005 alle 9.49 nella rubrica Racconti.

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