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I giochi dei grandi (introduzione e 1° parte)

Con questo post lottaecontemplazione inizia a "pubblicare" un racconto inedito di una giovane scrittrice di talento...il nome per ora resta misterioso ai più, ma presto sarà svelato. Il racconto verrà postato ogni settimana. Buona lettura...

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I GIOCHI DEI GRANDI
Questa è la storia di Sammy,
che un giorno scopre che il mondo ha i denti
e in qualsiasi momento può ferirti.
La gente che lo ha incontrato
racconta com’era:
se rideva, se piangeva,
com’era vestito, cosa diceva

Jim Clarke

  Non riuscivo a mettermi in contatto con mia figlia. Lei, Gracie, era finita nei guai con la polizia già una volta per una storia di droga in cui lei poi non c’entrava niente; e non parlava più ne con me ne con sua madre – ma specialmente con me. Non ci cercava. Ma in genere io riuscivo a trovarla: la guardavo dall’altro lato della strada. Un paio di volte le avevo chiesto se avesse bisogno di qualcosa e lei m’aveva detto di andare a farmi fottere. Ma era un po’ che neanche sua madre riusciva a sentirla: Emma era preoccupata anche se cercava di non darlo a vedere, girava per casa come fosse un fantasma col telefono in mano. In attesa di una sua telefonata o del coraggio di chiamarla.
E quando hanno chiamato per quel bambino che se ne stava tutto solo sul ciglio della strada ho pensato che certi genitori sono degli idioti se lasciano soli i figli, se se li lasciano scappare.
  Erano le undici. La notte era piena delle luci dei locali notturni, dei club e dei lampioni. Le strade brulicavano di gente, soprattutto turisti e gente delle campagne che tentava la fortuna.
Sarei tornato a casa per le sei e mezzo, in tempo per preparare la colazione ad Emma. Le avrei fritto delle uova con la panna, lei le adora. Avrei messo a tostare il pane e preparato il caffè. E l’avrei aspettata in cucina, seduto al tavolo, a leggere il giornale mentre lei compariva sulla soglia con la vestaglia rosa e i capelli arruffati.
Ma alle undici di sera dovevo ancora lavorare.
 
La chiamata arrivò dalle Southern Highlands. Una zona in via di sviluppo a sud di Las Vegas, dove non c’è niente, neanche l’illuminazione stradale. Case comode dove vanno a vivere le nuove famiglie.
Paul e Terri Welles avevano visto il bambino seduto sul bordo del loro giardino. Erano usciti e l’avevano visto pallido e coperti di sangue. Allora avevano chiamato il 911.
 
Quando sono arrivato io c’erano già i paramedici. I lampeggianti blu e rossi dell’ambulanza si riflettevano sui vetri delle case lungo la strada. Uno dei paramedici stava misurando la pressione al bambino; gli avevano messo una coperta rossa sulle spalle, era seduto sulla lettiga e dondolava le gambe.

 
Il bambino più piccolo che io abbia mai visto. Non doveva avere più sei o sette anni o forse anche meno. Capelli castani tagliati corti, grandi occhi mediterranei e limpidi, lineamenti delicati, visetto sottile. Indosso aveva un paio di jeans da bambino, di quelli con l’elastico, una maglietta a righe con una stampa di Mickey Mouse sul davanti. E scarpe di tela rossa. Tutto macchiato di sangue.

 
Come ti chiami, gli ha chiesto Gil il capo della scientifica. Gli scattava le foto prima che lo portassero a bordo dell’ambulanza.

Sammy Yates, ha detto. La sua voce era leggera, un sussurro lieve. Non ha risposto quando gli ho chiesto l’indirizzo.

 
E più tardi, mentre guidavo verso downtown per una rapina, la voce di Sammy continuava a martellarmi la testa. Ci pensavo mentre arrestavo uno sbandato per vagabondaggio e mentre bevevo caffè nel mio ufficio. La centrale silenziosa, la notte che si incamminava verso l’alba e io con i miei pensieri che firmavo i verbali di quel giorno.
Mi veniva in mente anche la mia bambina, Gracie. Non era più una bambina, ma era la stessa che avevo accompagnato al suo primo giorno di scuola quando vivevamo nel Jersey. Le avevo insegnato a nuotare nell’oceano, le avevo scattato foto e l’avevo riempita di regali e l’avevo aiutata ad allacciarsi le stringhe. Le avevo letto le favole per farla addormentare e per la giornata dei genitori aveva portato me, aveva detto ad una classe di bambini tutti occhi che io ero il suo papà ed ero in polizia. Ed era bellissima e non so dove ho sbagliato. Non so perché lei non mi vuole parlare o vedere. Non so perché sembra lontanissima. Ma vorrei che non fosse così.

  Di certe cose te ne accorgi quando è troppo tardi. Quando non si riesce a tornare indietro. Uno vorrebbe diventare migliore e cancellare tutto quello che c’è stato, ma non sempre la gente è d’accordo. Io vorrei che mia figlia tornasse a casa. E quando ho visto Sammy quella notte, nelle Southern Highlands, ho pensato solo che era successo qualcosa di terribilmente sbagliato e ingiusto. Cose che non dovrebbero capitare a dei bambini.
  L’ho interrogato due volte. Piccolo e spaventato. Si guardava le mani. Avrei voluto urlare e invece trattenevo il fiato. Trattenevo il fiato mentre gli chiedevo come mai fosse l’unico superstite di un massacro. Mentre mi guardava e i suoi occhi sembravano tremare. Trattenevo il fiato e ancora lo trattengo. Sono passati nove mesi, Sammy ha una nuova casa. Ma la mia Gracie è ancora in giro per il Nevada. E trattengo il fiato per lei.

Pubblicato il 15/6/2005 alle 11.57 nella rubrica Racconti.

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