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Lorenzo...mio nipote...befanino 2005 1 anno

“I cercatori di comunione
con Dio e con gli uomini
sono immessi subito in questa tensione:
lotta e contemplazione.
Due atteggiamenti che sembravano
un tempo opposti e rivali
E che oggi si rivelano al cuore
l’uno dell’altro.
Lotta,
in noi stessi,
per liberarci da tutte le prigioni interiori
e dal bisogno di imprigionare gli altri,
e lotta con l’uomo povero
perché la sua voce possa farsi sentire
e siano spezzate le oppressioni.
Contemplazione,
per lasciare che a poco a poco
si trasformi il nostro sguardo
fino a posare sugli uomini e sull’universo
lo sguardo del Cristo stesso”
(frère Roger)


               (frerè Roger)


ALL'AMORE...

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene. 
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.


Questo blog è contro la guerra
senza se e senza ma!
=============================

Amare, non significa convertire,
 ma per prima cosa ascoltare,
scoprire questo uomo,
questa donna,
 che appartengano a una civiltà
e ad una religione diversa.
L'amore consiste non nel sentire
che si ama, ma nel voler amare;
quando si vuol amare, si ama;
quando si vuol amare sopra ogni cosa,
si ama sopra ogni cosa"

(Charles de Foucauld)


 
"...state molto attenti
a far piangere una DONNA,
che poi  Dio conta le sue lacrime!
La donna è uscita dalla costola dell'uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa per essere superiore,
ma dal fianco per essere  uguale.....
un po' più in basso del braccio per essere
 protetta  e dal lato del cuore
per essere AMATA Cosa succede in città...

Dopo le elezioni...
solo spartizioni...
nessuno parla...

Il PD...sta nascendo...
a Latina...nessun fermento!


"Per alcuni le parole sono strumenti
per rappresentare cose,
per comunicare pensieri e sensazioni.
Per altri sono strumenti autoreferenziali
che servono ad alimentare altre parole."
(detta da un politico di Latina)


Avvenimenti a Latina...

********************************
UN ACQUISTO NELLA BOTTEGA
E' UN CONTRIBUTO
ECONOMICO E CULTURALE
INSIEME!!
sostieni l'alternativa...
regala equo e solidale
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Ass.Cult.MICROmacro
 
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Via Saffi, 44 - Latina



°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Invito alla lettura


Sto leggendo:

I pilastri della terra

Manituana
di Wu Ming

Gomorra

Consigli per la lettura:

Sobrietà di Francesco Gesualdi
(profetico)


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di Luther Blissett
(storicamente rilevante)

Ad occhi chiusi 
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11 settembre 2007

GIAI PHONG (da FranCHEsco)

 GIAI PHONG (ossia "Liberazione", "liberiamo!")

Che prima o poi sarebbe successo tutto il mondo lo sapeva
ma così presto e così bene nessuno se lo aspettava
la mattina del 30 Aprile quando i carri dei vietcong
dopo trent'anni di guerra entrarono a Saigon

Di quel nemico così potente da far scappare gli Americani
che li avevano descritti come mostri disumani
eran ragazzi di sedici anni con le suole di copertone
ragazzi di campagna che parlavano di liberazione

Gente stupita riconobbe tra i Gu Do
un cugino, un amico uno come noi
si rese conto che la guerra che li aveva tenuti lontani
era di un solo Vietnam contro gli Americani

Ed il mondo aspettava e il mondo non capiva
ma il bagno di sangue non veniva
perché lo scopo era raggiunto di fare la rivoluzione
per chi si ostinava bastava la rieducazione

Tra la gente si discuteva e anche se non sembrava
si organizzava e la vita cambiava

A Saigon intanto tutto andava diversamente
senza violenza ma ostinatamente
crollavano i valori e l'economia borghese
c'eran pochi soldi ma a nessuno mancava niente

E quando si chiedeva chi son gli eroi di questa guerra
di chi è il merito, chi è stato il migliore
la risposta era: ha vinto la nostra terra
non servono gli eroi a guidare una vittoria popolare

E se si fa il confronto tra una storia come questa
e una qualsiasi delle vittorie della destra
come Tal El Zatar con la croce sul fucile
l'università in Tailandia o lo stadio di Santiago del Cile.

Eugenio Finardi
, 1977

6 settembre 2005

I giochi dei grandi (ultima parte)

Samuel Elliot Yates
Lasciale cadere, sono solo lacrime
(Kipling)

  Vivo in un dormitorio. Divido un appartamento con due ragazzi, uno che dell’India ha solo il colore della pelle e il cognome e l’altro che consuma caffè su caffè. Hiram Patel e Willis Mc Carthney. Ognuno di noi ha una stanzetta con un guardaroba, una scrivania e un letto. In comune abbiamo un salottino con un vecchio divano polveroso e una televisione che funziona a sua discrezione. 
  Hiram e Willis hanno la stessa età, tre anni più di me. Avevano diciannove anni quando siamo venuti a vivere insieme, quando ci siamo ritrovati ad essere compagni di stanza all’università. Uno è della Pennsylvania e l’altro di Bangor, Maine. Io vengo dall’altra parte del Paese, dagli Stati sulle Montagne Rocciose e fino alla fine del liceo dalla finestra della mia stanza vedevo il deserto stendersi a perdita d’occhio fino a lambire le montagne, grigie sul fondo dell’orizzonte. 
Venire a vivere qui, a Old Eli, è stato un colpo. L’ultima convulsione dell’infanzia. I miei mi hanno regalato una Ford di seconda  mano e con quella, un mattino di fine agosto, ho attraversato il Paese. Sono passati due anni, tra poco tornerò a casa con la stessa auto e spero che per allora mi sia cresciuta un po’ di barba. Sto lavorando alla tesi finale. Mr. Stedham dice che mi guadagnerò una laurea con i pieni voti e una lode. Magari il corpo insegnanti mi offrirà la cena. Quando me lo dice i suoi occhi sono freddamente educati, ma Mr. Stedham ha lo stesso volto di quando sono arrivato qui (con la patente del Nevada di neanche un anno e il diploma fresco di stampa) e mi parla come fosse mio nonno. Credo che sia coetaneo di Dio e molto probabilmente sono amici intimi. Mi chiama figliolo ed è da quando avevo sei anni che nessuno mi chiama più così. La prima volta che l’ho sentito pronunciare questa parola è stato un pomeriggio d’autunno, quando mi aveva chiamato nel suo studio per discutere di un lavoro che avevo consegnato appena il giorno prima. Venni a sapere da lui che l’aveva letto con interesse non appena se l’era ritrovato tra le mani. Disse, Non è il solito lavoro da matricola, è un lavoro intrigante. Da quel giorno non ha più smesso di seguirmi. Parlavo con lui una volta a settimana, nel suo studio di mogano e pietra, affondato in una poltrona di pelle scura. Lui mi guardava da dietro una pila di volumi e cartelline di cartoncino, sulle labbra quel sorriso gentile e amorevole. L’ultima cosa che mi aspettassi di trovare in un posto come Old Eli. Sto per diventare un uomo. Tra poco, quando uscirò di qui con una laurea in psicologia infantile tra le mani, sarò un uomo. Avrò in mano il mio futuro. Non sono lo studente più giovane, ho sentito di pazzi che mandano i loro bambini di dieci anni a studiare ad Harvard. Ma a Yale è tanto che non se ne sente parlare. L’ultima era una bambina di Boston che si è laureata in legge, l’anno prima del mio arrivo.  Per due anni ho vissuto di libri, gelato, pizza a domicilio, uscite serali e 7up. Non posso ancora bere alcolici: avrò ventun’anni fra due anni. Non mi sento un ragazzino a confronto con i miei amici di qui. Ad un certo punto non ho più potuto permettermi di essere tanto giovane e innocente, anche se ero iscritto alla Little League e giravo in sella ad una bmx azzurra e andavo al cinema a guardare i cartoni e i film tratti dai Marvel Comics.

Qui non sono uscito con nessuna ragazza. Quelle della mia età si preparano per il prom. Io sono un vecchio di diciotto anni e mezzo. Saranno matricole a settembre e vorranno uscire con quelli più grandi, non con un ragazzino. Anche se non sono da buttare via, il fatto che in pizzeria bevo acqua e 7up ha il suo peso. Ma così è.

  Qualche volta, quando sono solo, nella mia stanza mi capita di mettermi a pensare.

Quando avevo sei anni ho sepolto mia madre, mio padre, mio fratello maggiore e mia sorella minore. Sono stati uccisi una sera di fine agosto e mentre seguivo la cerimonia non potevo fare a meno di pensare che quello fosse anche il mio funerale. Era una giornata fresca, verso sera c’era stato bisogno di mettere le giacche. Io ero un esserino minuscolo che spalancava sul mondo due occhi grandi così. Avevo i capelli pettinati con la riga da una parte e un bell’abito scuro, con le scarpe lucide. Non piangevo, non ci riuscivo. Guardavo le bare lucide (quelle dei miei fratelli erano troppo piccole e troppo bianche) e non piangevo, non singhiozzavo nemmeno. E non ci riuscivo. Quello era il mio funerale e uno non piange, al suo funerale. 
  Dopo l’omicidio i corpi vennero rilasciati allo Stato del Nevada. Il sindaco si preoccupò di tutto e io neanche conosco il suo nome, forse l’ho dimenticato. Di me si occupò l’Assistenza all’Infanzia nella persona di Michael Carson fino all’adozione, nove mesi dopo il mio funerale. 
  Sono stato adottato da uno scapolo di poche parole, un uomo di scienza che non si è mai sposato. Ci è voluto tanto perché avevano paura di violenze e cose del genere: capita, quando la richiesta di adozione è fatta da persone sole. Sono stato talmente tanto a pensare se cambiare il mio cognome che alla fine me ne sono dimenticato. Non credo che a mio padre importi molto del cognome che porto. Tanto più che non ho neanche un cromosoma del corredo genetico. Ho iniziato a chiamarlo papà quando avevo sette anni, così, per caso. Un giorno, invece di chiamarlo per nome, l’ho chiamato papà. E dopo un po’ che due vivono insieme cominciano a somigliarsi: succede alle coppie che non si lasciano mai ed è successo pure a noi. Qualche volta mi accorgo di avere il suo modo di parlare e di muovermi, ma sono come le stelle cadenti e nel momento in cui me ne accorgo succede che è tutto passato.

  Lui, invece, mi chiama sempre allo stesso modo. Sammy. Sam quando sono partito per venire a Yale. Cucciolo un paio di volte quando ero piccolo. Ma sono Sammy, lo sarò sempre. Anche quelli che conosco qui finiscono per chiamarmi Sammy, anche se io mi presento come Sam.
Da qualche parte sarò sempre il piccolo Sammy che una sera si è ritrovato senza famiglia.  Quando torno a Las Vegas vado sempre al cimitero, dalla mia famiglia. Quando io non ci sono ci pensa papà. Porta sempre fiori freschi.
Una volta, chiacchierando con il mio amico Adrian Bowden, mi ha chiesto cosa facessi con la storia di mia madre. Ha detto, Intendo dire se porti i fiori anche sulla sua tomba.

Perché non dovrei?, gli ho chiesto.

  Per un po’ non sono riuscito a confrontarmi con la realtà. Scappavo sempre. Nella mia testa non era stata mia madre a massacrare la mia famiglia ma uno sconosciuto e io ero scappato perché ero in cucina a leggere un capitolo di Harry Potter e l’avevo visto. Nella mia testa io ero rimasto buono sotto il tavolo e quando ero andato nell’altra stanza avevo visto tutto quel sangue e la mia mamma, prima di chiudere gli occhi per sempre, mi aveva detto di scappare e non fermarmi. Per un po’ la vita era stata irreale come sei film. Io ero stato Sam Yates contro tutti nel tv movie rivelazione dell’anno. Per un po’ ero scappato e non mi ero fermato.
  Ma un giorno ho trovato una vecchia foto della mia famiglia. Era tutta spiegazzata, era quella che avevo tenuto in tasca ogni giorno dall’omicidio. L’avevo scattata io ed era un po’ mossa: avevo colto il sorriso innocente di Gretchen nel momento in cui papà le sfiorava la guancia. Lei stava seduta sul telo giallo e papà era steso su un fianco alle sue spalle. Mamma stringeva Kevin tra le braccia e lui sembrava uscito dall’incapacità di comunicare dell’autismo. Questa foto la conservo ancora, sul comodino della mia stanza di Yale. È piena di pieghe e un angolo è strappato.

Se e quando rivedrò mia madre, nel Paradiso di cui mi parlava sempre, avremo modo di parlare. Ho un bel ricordo delle sue braccia morbide e dei suoi baci. Non ricordo l’odore che aveva e i suoi capelli, ma lei c’è. I miei occhi hanno la forma che avevano i suoi.   Non ho dimenticato perché sarebbe impossibile e, credo, ingiusto. La morte è un mistero e la sepoltura un segreto. Io sono vivo, frequento Yale. Mia madre avrebbe voluto questo per me. E credo sia per questo che mi ha lasciato vivere, quella sera. Glielo chiederò quando la incontrerò. Adesso devo preparare l’ultimo esame della mia carriera universitaria, ho quintali di appunti scritti con la mia Ticonderoga #2 da rileggere e sistemare. 
  È una bella sera, si vedono le stelle. È quasi un peccato starsene in questa stanza a studiare ma l’esame si avvicina. E tra poco verranno Hiram e Willis a chiamarmi, succede sempre. Andremo a guardare le stelle sul tetto della biblioteca. Starsene stesi sopra quattro milioni e mezzo di libri, sulla biblioteca più grande del mondo a guardare tante prodigiose stelle è un gran bel brivido.
Intanto mi metto a pensare a mio padre, che invecchia nella casa in cui sono cresciuto. Alla mia famiglia che giace addormentata sotto terra. E se cade un stella esprimo un desiderio: Ti prego, fa’ che io riesca a piangere.




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23 agosto 2005

I giochi dei grandi (8° parte)

Gil Wyle

  È una distesa di sabbia, rocce e piante grasse e si stende a perdita d’occhio, su fino a Reno e alle montagne e dall’altra parte fino al lago Mead, alla California. Chilometri di deserto spazzato dal caldo.
Reno e Las Vegas sono piscine di suoni e luci e colori. Passi veloci sul lastricato in qualunque stagione. La gente arriva dalla campagna e dalle montagne attirata dalle luci, come le zanzare e le falene: danzano intorno ai casinò e se si scottano non tornano indietro. Questo è il posto in cui sono venuto a vivere al terzo anno di liceo dall’Illinois. Sono nato a Pleinfield, nella campagna della contea di Will, sulla statale 30 per l’Indiana. A Chicago ci sono stato un paio di volte con mio padre: al Wrigley Field per vedere i Cubs. Ricordo le luci, ma niente a che fare con Las Vegas.
  Ho traslocato un paio di volte. Ho sepolto mio padre un pomeriggio di tanti anni fa, quando i miei capelli erano ancora biondi e li portavo più lunghi di ora. Mia madre vive in un appartamento fresco e vado a trovarla qualche volta. Lei mi dice sempre che sono uno splendido uomo, ma credo che siano le cose che ogni madre dice al proprio figlio. Poi non lo so per certo: lei è l’unica madre che abbia mai avuto. Non mi sono mai sposato: tutte le donne con cui ho rotto sono diventate affascinanti mogli di qualcun altro. E non ho figli. Faccio lo stesso lavoro da trent’anni.
La prima volta che ho visto un uomo morto ho avuto un po’ paura: se ne stava sul bordo del canale, nel fango, le braccia scheletriche allungate verso il cielo e la faccia gialla, di cera.

Gli altri sono diventati lavoro. Alla fine di agosto dello scorso anno, al termine di una giornata calda, iniziavo il mio turno notturno con una chiamata dalla zona sud di Las Vegas, in collina.
Quando sono arrivato io c’era già l’ambulanza. Un bambino minuscolo era seduto sulla lettiga, una coperta rossa intorno alle spalle. Gli misuravano la pressione. Mi sono guardato intorno e non c’erano rottami d’auto o una bicicletta rovinata: nessun incidente ma il bambino aveva i jeans sporchi di erba e terra e macchiati di sangue. Rivoli ormai asciutti e incredibilmente rossi gli rigavano il viso e le braccia. E lui non si muoveva, guardava i paramedici.
Ho iniziato a scattargli foto.
  Come ti chiami?, gli ho chiesto. E lui ha detto, Sammy Elliot Yates. Ma non sapeva dire il suo indirizzo, forse l’aveva scordato. Sono andato in ospedale con la mia macchina, per prendere i vestiti, altri campioni e la prima deposizione.
Più tardi scoprimmo che la sua famiglia era stata massacrata in casa, quattro isolati più su, in Columbine Street. Io entrai in casa solo più tardi, qualche giorno dopo, prima che il caso venisse dichiarato chiuso e togliessimo i sigilli. C’era ancora il sangue sulle pareti e sul pavimento della camera dei bambini, altrimenti sarebbe stata una casa normale. Ma quelle strisce di plastica gialla parlavano chiarissimo, anche se non c’erano segni fatti col gesso nell’ingresso o da altre parti.
 Per chiudere le indagini ci abbiamo messo cinque giorni. Due giorni prima i corpi sono stati rilasciati allo stato del Nevada. L’amministrazione comunale si occupò dei funerali; si sono presi cura di Sammy, gli hanno quasi voluto bene. Ma ad un certo punto lui è dovuto rimanere solo con se stesso. È stato un passaggio obbligato, una di quelle prove che si devono affrontare se si vuole crescere. Magari la sua è stata più dura di quella dei suoi compagni di classe…ma ora va ad una nuova scuola, migliore di quella che c’era nelle Southern Highlands.
  Spero che stia bene. Perché ci penso spesso, a lui. Non è stato una caso che ho risolto con la mia squadra, una cartella da archiviare. Sammy è, in un certo senso, un caso aperto. Una ferita aperta e sanguinante: cose come quella che gli è successa non dovrebbero capitare in una società civile. Perché allora sono molto più civili le popolazioni che vivono nella foresta e si spaventano di fronte ad un aereo. Che poi chi decide che quelli non sono civili? 
  In trent’anni ho studiato casi di troppi bambini. A quelli non mi sono abituato e spero di non farci mai l’abitudine. Sarebbe davvero triste. Sarebbe davvero la fine.




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28 luglio 2005

I giochi dei grandi (7° parte)

Sara Hampton

 Avevo bevuto due lattine per colazione e tutto il giorno avevo succhiato caramelle per la gola, quelle alle erbe balsamiche che vendono nel sacchetto giallo ocra.
Con il caldo del deserto che soffia sulla città qualcosa di fresco è una benedizione, ma la mia non era voglia di qualcosa di fresco. Il fatto è che niente andava come avrebbe dovuto. Avevo caramelle per la gola in ogni tasca, compravo pacchetti e pacchetti e li seminavo nei vestiti per non stare mai senza. Compravo confezioni da sei e le infilavo nel frigo. Aspettavo di essere fuori servizio per andare in qualche bar e bere o per rifugiarmi in casa mia.
  E se ci penso so quando è cominciato tutto. Quando è crollato tutto: era notte ed era l’inizio dell’estate, l’aria era fresca nel frinire dei grilli. Qualche stella illuminava il cielo nero lì dov’ero io, nel deserto. Las Vegas a un paio di miglia di distanza con le sue luci e i suoi rumori. Solo io, nel deserto, la macchina in una piazzola di sosta sulla statale per il lago Mead, un centinaio di metri più su.
Il vento leggero nei capelli e sulle spalle, gli occhi umidi, le guance appiccicose di lacrime.

  E un paio di mesi più tardi, nell’estate che volgeva al termine, qualche volte avevo ancora voglia di piangere. Sentivo la testa pesante, le idee ronzare nel cervello che era come zucchero sciolto. Qualche volta volevo solo smettere di pensare: andavo alla lattina o alla bottiglia come un automa, staccavo la spina del cervello. Ma qualche sensore rimaneva acceso, capitava che avessi una sensibilità centuplicata. Restavo intontita dall’alcol e vedevo tutto, sentivo tutto. Come un sesto senso, quelle cose da brivido di cui parla Stephen King ne Il miglio verde. Mi sentivo il John Coffey della situazione, con un senso di disagio ad agitarsi in ogni piega del corpo. 
  Stanca e triste lavoravo al caso Yates. Succhiavo caramelle per la gola. E pensavo. Pensavo a ripetizione del mio amore sfortunato per un uomo più grande di me. Alle sue parole, quella notte d’estate. Ai suoi occhi, così azzurri nelle luminarie di uptown. Alle sue mani e alle sue spalle. E mentre pensavo sentivo gli occhi pesanti di lacrime. Sentivo le braccia stanche.

  E una volta l’ho visto. In fondo al corridoio, nella luce verde dei neon e in quella azzurrina dei computer. La maglietta rossa del Mickey Mouse’s Club. Calzoncini di tela. Scarpe da tennis. Un berretto di tela in una mano. Sorrideva, quel sorriso dei bambini che sembra un broncio, con le labbra tirate. Sono rimasta a guardarlo e sapevo che fosse. Era il bambino sopravvissuto al massacro della sua famiglia, aveva un cerotto sul braccio e un altro sul sopracciglio destro. Con lui c’era un uomo con un paio di pantaloni da cricket e una maglietta col colletto: qualcuno dell’assistenza all’infanzia, forse lo psicologo o lo psicoterapeuta.
Jim e Gil l’hanno portato nella stanzetta degli interrogatori e io sono tornata al laboratorio, dove analizzavo il coltello.
  Oggi quel bambino ha una casa vera, non deve dividere la stanza con altri bambini abbandonati. Ha vestiti nuovi, giocattoli e qualcuno che lo ama davvero. So che va matto per le patate fritte, gli spaghetti e la 7up, gioca a calcio e da grande vorrebbe fare l’inventore, l’astronauta, l’esploratore.
  Io sono appena tornata da un bar di uptown. Ho bevuto seduta al bancone. In fondo al locale uno solo dei tavoli da biliardo era occupato: cinque uomini panciuti illuminati dalle lampade basse. A casa ho fatto una doccia, i capelli raccolti sulla nuca. L’aria fresca che entra dalla finestra della mia camera è una carezza rassicurante. Resta il vento a coccolarmi fino a tardi, fino a quando la birra non lascia altro che un leggero torpore alle braccia.

  Guardo il soffitto e sogno di andare alla deriva. Sogno che non ci sia un posto dove andare a lavorare, che non ci sia sangue da analizzare, foto da scattare. Sogno che sia tutto così lontano da non riuscire neanche a sentirne il suono.

Ma poi si apre una finestra: questa è la mia casa, questa è la mia città. Vivo e lavoro perché non debbano esserci più bambini come il piccolo Yates, che non può più permettersi di essere tanto giovane ed innocente. Ed è per questo che torno ogni giorno a lavoro, anche quando fa male.




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21 luglio 2005

I giochi dei grandi (6° parte)

Nick Gilmore

  Las Vegas vive di notte. Si accendono luci e suoni, passi veloci sui lastricati di downtown di gente che affolla le sale luminose dei casinò. Turisti che arrivano da tutta l’America per tentare la sorte al black jack o alla roulette. Tutti hanno un sistema e si affidano alla fortuna.
Quando vivevo ancora in Texas mi chiedevo che effetto potesse fare vivere in grandi città: casa mia era lungo la strada municipale numero 4 di un posto molto pittoresco chiamato San Juan, case di legno e pietra, il Travelling bar, un vecchio hotel che aveva chiuso i battenti dopo la guerra di Corea ed era il ritrovo di ragazzini e adolescenti. Lungo i corridoi e nelle vecchie stanze c’era silenzio e polvere, ma l’atmosfera era straordinaria e specialmente nelle notti di luna piena. Mi chiedevo come potesse essere vivere in posti famosi come New York o Washington, d.c. o Chicago o Miami. E quando ho deciso di andare in accademia nella contea di Clark, in Nevada, Las Vegas rappresentava una specie di sogno che si realizza. Luci e suoni senza fine, gente e gente e gente. E che bello che era all’inizio lavorare nelle notti luminose della città del gioco d’azzardo.

  Ben presto ho scoperto che lo sfavillio delle luci copriva una realtà ben più buia: omicidi, vecchi rancori, vendette trasversali. Il mio primo caso come agente della polizia scientifica fu un omicidio al cimitero dei neon, un posto dove vecchie insegne e luci dei casinò vengono abbandonate, il posto prediletto dalla mafia del gioco d’azzardo per regolare conti in sospeso e aprirne di nuovi. Molti dei casi a cui ho lavorato riguardano casinò e mafia. Una percentuale bassa riguarda i crimini al di fuori degli affari: crimini passionali soprattutto. Forse mi vengono assegnati solo casi di un certo stampo.

  Ma quando lavorai al caso Yates non era la prima volta che indagavo su un massacro familiare. Due anni prima una sedicenne aveva accoltellato la famiglia lasciando viva solo la sorellina più piccola – che poi si scoprì essere sua figlia, sua e del padre.
Lavoravo al turno di notte, quella settimana. Mi portarono le prove in laboratorio, gli scatti e i rilievi. Guardavo e riguardavo tutto, ogni volta dall’inizio alla fine e non arrivavo mai a capo di niente.
Non c’era sangue negli scarichi. Non c’erano impronte estranee a quelle della famiglia. Fibre e tessuti: zero. Le impronte sull’arma del delitto erano parziali e combaciavano con quelle del padre, della madre e del bambino che si era salvato. La verità su quello che era successo sembrava lontana anni luce. Ogni volta che analizzavo le prove c’era sempre qualcosa, come un retrogusto troppo dolce: paura, credo che fosse. Di quello che avrei potuto scoprire, di quello che non vedevo.
  Tutta la squadra si occupava del caso Yates e il tempo scorreva inesorabile. Le lancette compivano giri completi senza che noi avessimo capito una virgola di quello che era successo nella casa al 128 di Columbine Street.
  Sto dalla parte dei buoni. Come i pompieri o i super eroi. Sto da questa parte della linea anche se non va proprio in linea retta e ci sono punti in cui è interrotta o coperta di polvere. Ci sto ogni giorno e sarebbe bello che la linea fosse netta. Almeno sarebbe meno complicato fare il mio lavoro. Ma poi, chi decide chi è buono e chi no?
Quando ero piccolo, in Texas, avevamo un cane. Un bastardino giallo e peloso, buono come il pane. Ma un giorno papà ha dovuto sparargli in testa: aveva morso mio fratello alla gamba e per fortuna che non gli ha fatto dei danni. Era stato buono e poi bang, qualcosa l’ha risvegliato e ha morso Ty. E qualche volta accade anche agli uomini. Come è successo per la famiglia Yates. E quando accade vorrei sparire.




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15 luglio 2005

i giochi dei grandi (5° parte)

I suoi pensieri

  La signora Lachlan apre lo sportello del frigo. Le bottiglie di vetro fanno rumore, la luce illumina il pavimento con le mattonelle sbeccate. Ho gelatina d’uva, dice. Si volta a guardarmi. Scuoto la testa: la gelatina mi fa schifo. Allora un bel bicchiere di latte e qualche biscotto fatto in casa, dice. Prende il cartone del latte e riempie un bicchiere di vetro blu. Prende i biscotti dal sacchetto.
Ne vuoi anche tu, Kevin, chiede a mio fratello. Lui è seduto accanto a me e disegna su uno dei fogli che lei gli ha dato. Lei gli fa le domande e lui non risponde mai. Kevin non risponde mai alle domande. Lo guardo: continua a disegnare con un pastello verde. A casa nostra, i suoi disegni sono sullo sportello del frigorifero e nella nostra cameretta, attaccati con lo scotch perché non abbiamo il permesso di usare puntine da disegno. Sul frigo della signora Lachlan non ci sono disegni di bambini: lei non ha figli. Mamma ci lascia da lei perché lei e papà lavorano tutto il giorno e non possono stare con noi. Mamma dice che abbiamo bisogno di soldi per le terapie di Kevin e per questo deve lavorare tanto e prega che papà venga assunto dalla nuova scuola media che stanno costruendo vicino casa. 
  I biscotti sono alla mandorla, sono tondi e friabili, buonissimi. Kevin non li prende, continua a disegnare.
Quando hai finito puoi uscire sul retro, dice la signora Lachlan. Sul retro ha una vecchia altalena appesa al ramo di un albero, la vernice del pianale viene via a scaglie e alcune sono grandi come la mia mano. Una volta doveva essere una gran bella altalena, forse quando i suoi figli erano piccoli e quando il signor Lachlan era ancora vivo.

Guarda Sammy, ti faccio vedere una cosa, dice la signora Lachlan. Mi prende la mano e mi porta in salotto, tira fuori una scatola dal mobiletto del telefono. In cucina Kevin continua a disegnare, non si è neanche accorto che ce ne siamo andati. Nella scatola ci sono le foto della signora Lachlan.
Indovina, questa sono io con almeno quarant’anni di meno, dice la signora Lachlan. E la figura nella foto non sembra affatto la signora Lachlan: ha gli occhi grandi, i capelli sciolti sulle spalle.

  Ha altre foto sul pianoforte nell’angolo accanto alla finestra, ma a me non interessano le foto che tanto le conosco già tutte.
Anche a casa nostra abbiamo un vecchio piano, di quando mamma era giovane. È stata lei ad insegnarmi a suonare; era brava quando era piccola e voleva imparare a ballare. Io e Kevin giochiamo nel giardino della signora Lachlan e vorrei che non finisse mai.
Ma mamma ci viene a prendere per riportarci a casa. Prende le nostre cose, sistema la maglietta di Kevin, lo guarda e gli sorride. Le brillano gli occhi, sono verdi e stanchi.
I miei ragazzi, dice. Ci stringe forte, ci prende per mano e ci porta in macchina, una T-Bird azzurra coi sedili morbidi e polverosi e un adesivo del Cincinnati Cardinals nell’angolo in basso a destra del lunotto.
Kevin guarda fuori, non sente me e mamma che chiacchieriamo. Arriviamo in Colombine Street.
Casa nostra è al 128, ci sono ancora delle case da costruire, una davanti a casa nostra ha solo lo scheletro. Dalle finestre entra polvere che si posa sui mobili e sul pavimento, zanzare grandi così ronzano di notte e pungono e succhiano sangue. Un vecchio canestro arrugginito sta inchiodato alla parete del garage, sopra la saracinesca: papà palleggia con la sua palla rossa con la stampa dei Chicago Bulls e tira a canestro e si sente come quando era al liceo e non era sposato e non aveva figli. Mamma lo guarda seduta su una sedia pieghevole gialla e beve limonata e legge un libro di favole a Kevin. Lui sta seduto su una sedia verde e guarda mamma e il libro e gli alberi lungo la strada e le finestre delle altre case e i bambini che giocano in giardino. Papà mi dice, Vieni Sammy, giochiamo a basket. Ma a me il basket fa schifo e la palla è pesante e polverosa e il toro mi guarda con gli occhi cattivi e vorrei strapparlo via dalla plastica e calpestarlo e gettarlo nei secchi che stanno nel viottolo sul retro.

  Papà prepara il suo polpettone con l’ingrediente segreto e l’odore riempie la cucina. Kevin beve ginger ale da un bicchiere colorato e guarda la televisione. Gli piacciono i film western e le commedie di mamma. Gli piacciono i pop-corn al burro che fa papà. Gli piacciono i suoi disegni e ne fa a quintali e li appiccica ai muri con lo scotch perché non ha il permesso di usare le puntine da disegno.
Di notte, nella nostra camera, allunga il braccio nel buio e mi prende la mano e ci addormentiamo. Se poi piove o mi sveglia un incubo mi fa andare nel suo letto, mi fa spazio accanto a se e mi tiene per mano. Qualche volta mamma ci trova addormentati nello stesso letto, al mattino. E qualche volta ci fa una colazione speciale, con le frittelle e lo sciroppo d’acero.




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7 luglio 2005

I giochi dei grandi (4° parte)

Warrick Grady

  Aveva fatto caldo per tutto il giorno. A mezzogiorno ero sceso allo Star Market per comprare gelato e birra fredda. Ricordo che mentre tornavo a casa ho pensato a quando ero piccolo e immaginavo l’asfalto sciogliersi sotto le scarpe di gomma. A casa ho tolto la camicia e i pantaloni, le scarpe e i calzini. Nella penombra passeggiavo ascoltando musica in attesa della sera: avrebbe fatto più fresco.
  Da qualche parte ho letto che Las Vegas ha il più alto tasso di criminalità del Paese. Ma anche il tasso di disoccupazione più basso. Mentre leggevo quelle parole ricordo di aver pensato che la maggior parte dei disoccupati li tiravo giù dalle travi o li tiravo fuori dalle loro auto accartocciate lungo la statale per il Gran Canyon.
A Las Vegas ci sono nato e cresciuto. Ho passato il tempo nei casinò a giocare troppo alto quando avevo appena la patente fino a che uno della mafia dei casinò non m’ha arruolato per fare da corriere. Cose che capitano. Anch’io dicevo che non mi sarebbe mai successo niente di male, e invece la polizia m’ha arrestato una sera calda con tante stelle. Avevo ventidue anni e me lo ricordo come fosse ieri: le mie mani tremanti, i capelli incollati sulla fronte e sulla nuca, le pupille dilatate e la vista confusa. Eppure ero io. Lo stesso che lavora come agente della polizia scientifica.
Adoro il mio lavoro, anche se qualche volta vorrei staccare la spina un momento e pensare ad altro. Ma nel quartiere dove sono nato la disoccupazione è all’ordine del giorno e molti ragazzi finiscono nel giro della droga. Quindi quando sono stanco del mio lavoro ringrazio il cielo e chi di dovere semplicemente perché ho un lavoro e posso permettermi una bella casa comoda, un’auto, vestiti e ragazze (quando sono particolarmente fortunato).
  Quella sera, poco prima del Labor Day se non sbaglio, era fresco. Si stava bene in camicia e sarebbe stato bello passeggiare lungo le strade al fianco di una bellissima modella nel suo abitino di seta lucido e rosa, tacchi alti e sguardo sereno. Invece dovevo lavorare, al 128 di Colombine Street, giù nelle Southern Highlands.
Quando sono arrivato avevano già portato via i corpi. Quattro corpi. Io dovevo fare i rilievi con Catherine Queller e Greg Payton. 
  Qualche volta i casi ti entrano dentro, restano impigliati all’anima o non so a quale organo che sta tra il torace e l’addome, dove convergono i fili del corpo e senti l’amore, quando bussa. Qualche volta i corpi morti si sollevano dal lettino di metallo, si liberano del lenzuolo azzurrino e ti vengono a cercare e ti raccontano della loro vita e dei loro sogni e dei loro guai. Sembra un po’ macabro ma è quello che succede. Alcuni smettono di essere semplici corpi morti e tornano ad essere persone vere e proprie e quando li incontri la loro pelle ti lascia un segno. Come una bruciatura o un tatuaggio. Un segno che non va via tanto presto. Magari è magia. Magari è che a certe cose non ci si fa mai l’abitudine. Tutto scorre. Ma non è del tutto vero: ci sono sassi contro cui andare a sbattere, alghe e radici a cui rimanere impigliati. E io sono rimasto impigliato negli occhi grandi e verdi di Gretchen Yates, così simili a quelli della sua mamma. Sono rimasto impigliato nell’arancio acceso della maglietta di Kevin Yates. Bambini che non sarebbero mai cresciuti e che mentre io perquisivo casa loro se ne stavano stesi in sacchi di plastica in attesa che un impietoso patologo praticasse un taglio a y sul torace. Quando sono i bambini ad andarci di mezzo mi sale qualcosa alla gola. Un misto freddo di rabbia e dolore. E c’era anche il loro fratellino, che era ancora vivo e forse era peggio. Senza mamma e senza papà. Senza casa. Senza niente. Era tutto così sbagliato che non mi veniva niente di meglio da fare che buttarmi nel lavoro a testa bassa e lavorare e lavorare e lavorare.

  Capire. Dovevo capire cosa fosse successo in quella casa. La dinamica dell’omicidio. Ma le prove sembravano inconcludenti. Non c’erano tracce di un estraneo. Sotto le unghie Wendy non aveva nulla: niente tessuti estranei e lei era l’unica che si sarebbe potuta difendere in qualche modo, vista la ferita che aveva al centro del petto. Sammy era in stato di shock post traumatico da stress, riempiva pagine e pagine di scritti sulla diga Hoover e il lago Mead.

Poi un giorno l’assistente sociale che l’aveva in custodia ci portò un foglio di quaderno scritto da lui. Parole nervose, quasi scavate nella carta, impresse a forza dalla punta a sfera di una penna rossa. ti odio e odio quello che hai fatto. vorrei che tu bruciassi all’inferno e che non vedessi mai più il sole e l’oceano e il lago mead. vorrei che scomparissi dai miei ricordi. ti odio. odio me stesso e voglio morire. E mentre leggevo volevo correre via, nascondere il viso e piangere fino a non avere più lacrime. 
 È stato allora che ho iniziato a pregare per Sammy, perché non scrivesse più quelle cose che aveva scritto, perché la sua sofferenza venisse alleviata in qualche modo. Volevo stringerlo forte e baciare i suoi lividi e le sue lacrime e benedirlo e ringraziarlo di essere sopravvissuto.

  Ho paura. Ho trentadue anni e ho paura. Qualche volta non ci dormo la notte ma non mi vergogno a dirlo. Las Vegas è il mio angolo di mondo, la scienza forense il mio mestiere. Non posso far altro che dare il meglio di me. E pregare perché nessuno più impazzisca in certi modi che poi analizzo io. Non so dove andremo a finire se continuiamo ad odiarci così. Vorrei solo poter fare di più.

Ma quei giorni era caldo e l’estate iniziava ad essere un ricordo e Sammy sorrideva appena e stringeva i piccoli pugni per non cedere al pianto. E avrei voluto dirgli di avere coraggio e di non smettere di credere nei suoi sogni. E volevo dirglielo mentre scrivevo la parola chiuso sul dossier mentale che m’ero fatto del caso Yates. E gliel’ho detto un pomeriggio di settembre, un pomeriggio di sole e cielo azzurro.




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29 giugno 2005

i giochi dei grandi (3° parte)

Greg Payton

  L’estate stava finendo. Qualche volta è ancora un dispiacere, come un dolore sottile che si infila tra i muscoli, come quando andavo ancora a scuola. I giorni che precedono il Labour Day sono lunghi e caldi, iniziano con un cielo color carta da zucchero e finiscono nel frinire dei grilli e nell’odore di Root Beer. Mio nonno si accomodava sulla poltrona di legno in veranda e guardava la strada e sembrava in attesa e io lo guardavo e potevo stare delle ore a guardare la sua faccia norvegese, le sue mani che sembravano scolpite dal vento gelido del Mare del Nord. Quando ero piccolo mi faceva sedere sulle sue gambe, mi chiedeva di portargli la sua pipa, mi faceva vedere come riempirla di tabacco. Mia nonna gli diceva che non doveva insegnarmi a fumare e lui mi strizzava l’occhio nella luce fioca del lampione in fondo alla strada. I suoi occhi di un buio  azzurro autunnale, i suoi capelli biondi e sottili e la pelle scura di chi passa molto tempo al sole.
  Le sere di fine estate sono silenziose e solitarie. A Las Vegas poi, le luci di downtown sembrano più pigre, si accendono e si spengono sui passanti frettolosi, i direttori di sala siedono negli angoli e bevono acqua dalle bottiglie di plastica. Tutto più lento, più stanco.
  Quando arrivò la chiamata stavo pulendo il laboratorio. Qualche volta lavoravo anche sul campo ma la maggior parte del tempo la passavo in laboratorio, tra le provette e i microscopi. Quel caso potevo seguirlo sul campo ed ero al settimo cielo. Sono arrivato nelle Southern Highlands in tempo per vedere l’ambulanza andare via. Catherine mi ha detto di seguirla in strada. Seguivamo tracce di sangue, gocce cadute dall’alto, viscose e lucide nella luce fioca dei lampioni. Su fino a Colombine Street, fino a una casetta di legno giallo con la porta rossa e l’erba tagliata da poco. C’erano dei giocattoli sul prato. Dove finiva l’illuminazione dei lampioni c’era una lama di luce pallida che scivolava fuori dalla porta socchiusa. 
  Dentro c’era silenzio. Neanche il gocciolio dei rubinetti o lo scricchiolio del pavimento. I tubi tacevano dietro le pareti. Volti sorridenti mi guardavano dalle cornici appese. 
    Sul tavolo in cucina c’era un quaderno di fogli a righe gialli, una Ticonderoga numero 2 e un libro di narrativa. Sul bancone c’era un bicchiere di vetro azzurro con del succo d’arancia. Appiccicati allo sportello del frigorifero c’erano disegni e pagelle, su un compito in classe campeggiava una bella a rossa circondata da stelle fatte a mano. 
  Ho lasciato la cucina per il corridoio buio. Qualche volta il buio si annida nei posti dove è successo qualcosa di terribile. Le ombre sembrano più dense, più scure. E quando entri in certi posti ti sembra che la porta dell’inferno si sia spalancata, che siano saltati i chiavistelli e i cardini e sia venuto fuori l’odore di pollo bollito e muffa e le ombre scure e tutto il male e la devastazione e l’odio e il rancore. Qualche volta sembra che le emozioni abbiano un odore, specialmente quelle cattive. Ma forse è solo perché sono alle prime armi nelle indagini sul campo, sono solo sensazioni che poi passano.
  Ma il male alla bocca dello stomaco quando sono entrato nella camera dei bambini al numero 128 di Colombine Street non me lo sono immaginato. Era lì, pulsante e fastidioso come una botta al gomito o una puntura di vespa. 
  Una bella cameretta: due letti di legno e il lettino, il guardaroba con le ante di listelle, la scrivania sotto la finestra, le mensole. L’ultimo numero de L’Uomo Ragno e di Boy’s Life. Poster e locandine alle pareti: Gorrilaz, Green Day, Blink 182, Avril Lavigne, Gwen Stefani e Buffy; un cucciolo di elefante; la locandina di Peter Pan; un manifesto del Firsth Downsview con la scritta divertiti con noi! In grandi lettere gialle; il castello dei cigni nel cuore dell’Europa, che non era Hogwarts e nessun’altra scuola di magia; figurine del baseball. 
  Se fino ad allora mi era sembrato che quella sera d’estate stesse andando in pezzi (seguire minuscole gocce di sangue lungo la strada, trovare la casa avvolta dal silenzio totale), non avevo ancora visto quello
    Era quello il vero disfacimento. Gli occhi di Wendy Yates. Le mani contratte di Dean Yates. Il viso di Gretchen Yates. Le spalle di Kevin Yates. 
  È venuto giù un puma e ha fatto questo disastro, ho pensato. Ma Wendy aveva ancora il coltello piantato nel petto e i puma non usano coltelli.

La macchina fotografica pesante. L’aria che non arrivava ai polmoni. Quel dolore leggero ai polsi mentre scattavo foto su foto.
  Quella era la porta dell’inferno, altro che il liceo come in Buffy – l’ammazza vampiri. Li, da qualche parte, s’era aperta la botola e potevo quasi sentire l’odore stantio del sangue e della polvere e della carne bruciata di secoli e secoli di male puro. Magari in garage. Dovevo controllare ma continuavo a guardare Catherine e lei scuoteva la testa. 
  Mi chiedo come abbia fatto a scappare, ho detto e la mia voce mi era sembrata troppo alta, troppo acuta. Volevo rannicchiarmi in me stesso e scomparire.

Sono uscito sul prato davanti, a guardare le stelle. E ho corso fino all’angolo e ho vomitato anche l’anima, in quella sera di fine estate che aveva l’alito profumato di vaniglia. 
  Mio nonno mi chiede perché faccio il lavoro che faccio, perché voglio andare a fare indagini sul campo. Mi chiede perché non sono diventato insegnante. Mi dice che potrei mettermi ad allenare una squadra della Little League e quando gli dico che potrei farlo comunque lui scuote la stessa. Non dopo quello che vedi, dice. E ha ragione. E quando mi chiede perché ho scelto questo lavoro vorrei rispondere che lo faccio per chiudere più botole possibile, ma mi prenderebbe per matto. Ma poi mi guarda coi suoi bui occhi sereni e credo capisca tutto quello che vorrei dire e non dico perché ancora mi vergogno come quando andavo a scuola e mi mettevo a sedere sulle sue ginocchia.




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22 giugno 2005

I giochi dei grandi (2° parte)

Catherine Queller

  Era un bambino piccolissimo. Molto più piccolo di quanto fosse stata mia figlia alla sua età. Mi guardava in silenzio, seduto sulla lettiga. Io lavoravo e lui mi guardava.

Aveva dei bei vestiti, macchiati e sporchi di sangue ma belli: ho pensato che i suoi genitori ci tenessero perché fosse sempre pulito e in ordine. La sua pelle profumava di latte: doveva aver fatto un bagno da poco.

  Tremava. Gli avevano messo addosso una di quelle coperte rosse che stanno sulle ambulanze. Un paramedico gli controllava la pressione. Accanto a lui, sulla lettiga, aveva una maschera per l’ossigeno, una di quelle con un palloncino di plastica arancione e una sacca di soluzione fisiologica con il tubicino arrotolato.

L’ho trovato bellissimo. Il bambino più bello che io abbia mai visto. Aveva questi occhi, grandi e caldi e mediterranei che sembravano poter comprendere tutto. E mentre lo guardavo ricordo di aver pensato a mia figlia. Ho fatto un’associazione mentale con Lindsay: l’ho rivista seduta sul retro dell’ambulanza, avvolta nella coperta grigia, i capelli bagnati che le stavano appiccicati alle guance pallide, gli occhi accesi sotto i lampeggianti delle auto, la notte che è morto suo padre, quando erano finiti nel canale con l’auto. Mentre la guardavo, quella notte, avvolta dal tepore della coperta, mentre sorseggiavo caffè caldo e i capelli bagnati mi stavano incollati alla nuca, lei era bella e serena e forte.
  Come ti chiami, gli ha chiesto Gil. Il bambino ha alzato gli occhi al viso di Gil, l’ha guardato. Samuel Elliot Yates, ha detto. Ma non ha risposto quando Gil gli ha chiesto l’indirizzo. Gli scattavo le foto e lui mi guardava. E Gil ha detto, Vado io in ospedale per la deposizione. Ed è stato un sollievo non dover ascoltare le sue parole e guardarlo ancora.

  Quando l’ambulanza è andata via io e Greg Payton abbiamo seguito le tracce di sangue in strada. Ogni goccia veniva catalogata e segnalata con un cartellino di plastica giallo numerato. Indietro fino a Columbine Street, una stradina male illuminata e polverosa; in fondo, verso West Ridge Road il buio sembrava inghiottire gli scheletri delle case in costruzione. In un giardino c’era un sacco di cemento solidificato e qualche mattone rotto. C’erano grilli che frinivano nei cespugli verdissimi delle case abitate.
  La cassetta delle lettere del numero 128 era rossa, montata su un paletto di legno. In vernice bianca, sui fianchi, era stato scritto yates in lettere traballanti. In fondo al vialetto di lastricato la porta era aperta: la luce fioca dipingeva una lama giallina sullo scalino di cemento e sull’erba pallida del prato. L’erba era stata tagliata da poco e c’erano dei giocattoli, una palla di plastica e un sonaglio per bambini piccoli.

  Siamo entrati e dentro non c’era nessun rumore. La luce sul retro era accesa e illuminava panni stesi ad asciugare e due biciclette appoggiate allo steccato. Il cancelletto sul viottolo era chiuso col chiavistello.
I signori Yates e due dei loro tre figli erano morti e non credo di aver mai visto nulla del genere.

  Credevo di averci fatto l’abitudine: dopo un po’ che lavori in polizia non senti più le gambe molli e la nausea che accolgono la vista del primo cadavere.

La casa era pulita e in ordine, odorava di disinfettante e tè. In fondo al corridoio c’era la camera dei bambini: due letti a castello, un lettino, il guardaroba e una scrivania sotto la finestra. Ma Gretchen Yates aveva solo cinque mesi e la sua morte non aveva nulla del dolce sonno che ti raccontano quando sei bambino: la sua morte era cruda ed era morte e basta.

  A quanti bambini ho scattato foto per il dossier? A quanti bambini ho preso i vestiti per mandarli al laboratorio? Non voglio contarli.

  Ho pensato a Lindsay: quando aveva cinque mesi era perfetta e bellissima. La sua pelle era fresca, odorava di latte e borotalco, faceva bolle con la bocca, muoveva gambe e braccia nell’aria. E adoravo guardarla.

E quella notte di fine estate io scattavo foto ad una bambina che non sarebbe mai vissuta, mai cresciuta mentre aspettavamo l’arrivo del coroner: non possiamo toccare i corpi prima che il medico dichiari il decesso. Greg non parlava, lo sentivo che si muoveva e non parlava. Era uno dei primi casi che lavorava sul campo, prima faceva analisi di laboratorio.
  E Kevin Yates era ancora seduto alla scrivania, la testa sui fumetti, le braccia abbandonate lungo i fianchi. E sangue sul pavimento e sulla sua maglietta arancio e sui suoi jeans. Aveva otto anni e i capelli più lunghi del fratellino che scendevano sugli occhi in un ciuffo morbido.
  Dean e Wendy Yates erano sul pavimento. Wendy aveva ancora il coltello nel petto e gli occhi verdi erano vacui, fissavano il soffitto senza vederlo.

Mi chiedo come abbia fatto a scappare, ha detto Greg. Parlava piano. L’ho guardato: aveva la macchina fotografica in mano e guardava il sangue. Rosso e lucido, sul pavimento e sulle pareti.  Sui muri c’erano poster e figurine del baseball attaccate con lo scotch invisibile. Una palla da baseball era rotolata attraverso una delle pozze di sangue lasciandosi dietro una scia rossa.

  Mentre aspettavo il coroner ho pensato a Lindsay, viva e vegeta a casa della sua amica. Ho immaginato i suoi capelli biondissimi e lunghi, le sue labbra rosse, le lentiggini e gli occhi blu seduta sul letto o in terra, che parla o ascolta. E la sua amichetta che le sta accanto o di fronte e la guarda o guarda la sua bambola e sorride. E avere dieci anni in una notte di fine estate è una cosa splendida, stare con la tua amichetta a chiacchierare fino a tardi della scuola che deve iniziare e mangiare marshmellows come fosse Halloween e bere coca alla vaniglia e guardare la tele e truccarsi nel bagno dei genitori e provarsi i vestiti della sorella grande. Deve essere bello, vivere senza tormenti, senza chiedersi a quale corpo scatterai le foto oggi. Perché dopo un po’ questo ricomincia ad essere un lavoro differente da tutti gli altri: sei una che indaga sulla morte della gente, che scava tunnel nel passato delle persone per capire come sono morte e perché.

E quando torno a casa c’è Lindsay, che è in prima media e ha tanti nuovi amici. E mi chiede tranquillità, mi chiede di starle accanto e di guardarla in silenzio anche se qualche volta vorrei gridare. Di rabbia e dolore.




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15 giugno 2005

I giochi dei grandi (introduzione e 1° parte)

Con questo post lottaecontemplazione inizia a "pubblicare" un racconto inedito di una giovane scrittrice di talento...il nome per ora resta misterioso ai più, ma presto sarà svelato. Il racconto verrà postato ogni settimana. Buona lettura...

°°°°°°°°°°°°°°°°

I GIOCHI DEI GRANDI
Questa è la storia di Sammy,
che un giorno scopre che il mondo ha i denti
e in qualsiasi momento può ferirti.
La gente che lo ha incontrato
racconta com’era:
se rideva, se piangeva,
com’era vestito, cosa diceva

Jim Clarke

  Non riuscivo a mettermi in contatto con mia figlia. Lei, Gracie, era finita nei guai con la polizia già una volta per una storia di droga in cui lei poi non c’entrava niente; e non parlava più ne con me ne con sua madre – ma specialmente con me. Non ci cercava. Ma in genere io riuscivo a trovarla: la guardavo dall’altro lato della strada. Un paio di volte le avevo chiesto se avesse bisogno di qualcosa e lei m’aveva detto di andare a farmi fottere. Ma era un po’ che neanche sua madre riusciva a sentirla: Emma era preoccupata anche se cercava di non darlo a vedere, girava per casa come fosse un fantasma col telefono in mano. In attesa di una sua telefonata o del coraggio di chiamarla.
E quando hanno chiamato per quel bambino che se ne stava tutto solo sul ciglio della strada ho pensato che certi genitori sono degli idioti se lasciano soli i figli, se se li lasciano scappare.
  Erano le undici. La notte era piena delle luci dei locali notturni, dei club e dei lampioni. Le strade brulicavano di gente, soprattutto turisti e gente delle campagne che tentava la fortuna.
Sarei tornato a casa per le sei e mezzo, in tempo per preparare la colazione ad Emma. Le avrei fritto delle uova con la panna, lei le adora. Avrei messo a tostare il pane e preparato il caffè. E l’avrei aspettata in cucina, seduto al tavolo, a leggere il giornale mentre lei compariva sulla soglia con la vestaglia rosa e i capelli arruffati.
Ma alle undici di sera dovevo ancora lavorare.
 
La chiamata arrivò dalle Southern Highlands. Una zona in via di sviluppo a sud di Las Vegas, dove non c’è niente, neanche l’illuminazione stradale. Case comode dove vanno a vivere le nuove famiglie.
Paul e Terri Welles avevano visto il bambino seduto sul bordo del loro giardino. Erano usciti e l’avevano visto pallido e coperti di sangue. Allora avevano chiamato il 911.
 
Quando sono arrivato io c’erano già i paramedici. I lampeggianti blu e rossi dell’ambulanza si riflettevano sui vetri delle case lungo la strada. Uno dei paramedici stava misurando la pressione al bambino; gli avevano messo una coperta rossa sulle spalle, era seduto sulla lettiga e dondolava le gambe.

 
Il bambino più piccolo che io abbia mai visto. Non doveva avere più sei o sette anni o forse anche meno. Capelli castani tagliati corti, grandi occhi mediterranei e limpidi, lineamenti delicati, visetto sottile. Indosso aveva un paio di jeans da bambino, di quelli con l’elastico, una maglietta a righe con una stampa di Mickey Mouse sul davanti. E scarpe di tela rossa. Tutto macchiato di sangue.

 
Come ti chiami, gli ha chiesto Gil il capo della scientifica. Gli scattava le foto prima che lo portassero a bordo dell’ambulanza.

Sammy Yates, ha detto. La sua voce era leggera, un sussurro lieve. Non ha risposto quando gli ho chiesto l’indirizzo.

 
E più tardi, mentre guidavo verso downtown per una rapina, la voce di Sammy continuava a martellarmi la testa. Ci pensavo mentre arrestavo uno sbandato per vagabondaggio e mentre bevevo caffè nel mio ufficio. La centrale silenziosa, la notte che si incamminava verso l’alba e io con i miei pensieri che firmavo i verbali di quel giorno.
Mi veniva in mente anche la mia bambina, Gracie. Non era più una bambina, ma era la stessa che avevo accompagnato al suo primo giorno di scuola quando vivevamo nel Jersey. Le avevo insegnato a nuotare nell’oceano, le avevo scattato foto e l’avevo riempita di regali e l’avevo aiutata ad allacciarsi le stringhe. Le avevo letto le favole per farla addormentare e per la giornata dei genitori aveva portato me, aveva detto ad una classe di bambini tutti occhi che io ero il suo papà ed ero in polizia. Ed era bellissima e non so dove ho sbagliato. Non so perché lei non mi vuole parlare o vedere. Non so perché sembra lontanissima. Ma vorrei che non fosse così.

  Di certe cose te ne accorgi quando è troppo tardi. Quando non si riesce a tornare indietro. Uno vorrebbe diventare migliore e cancellare tutto quello che c’è stato, ma non sempre la gente è d’accordo. Io vorrei che mia figlia tornasse a casa. E quando ho visto Sammy quella notte, nelle Southern Highlands, ho pensato solo che era successo qualcosa di terribilmente sbagliato e ingiusto. Cose che non dovrebbero capitare a dei bambini.
  L’ho interrogato due volte. Piccolo e spaventato. Si guardava le mani. Avrei voluto urlare e invece trattenevo il fiato. Trattenevo il fiato mentre gli chiedevo come mai fosse l’unico superstite di un massacro. Mentre mi guardava e i suoi occhi sembravano tremare. Trattenevo il fiato e ancora lo trattengo. Sono passati nove mesi, Sammy ha una nuova casa. Ma la mia Gracie è ancora in giro per il Nevada. E trattengo il fiato per lei.




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