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Lorenzo...mio nipote...befanino 2005 1 anno

“I cercatori di comunione
con Dio e con gli uomini
sono immessi subito in questa tensione:
lotta e contemplazione.
Due atteggiamenti che sembravano
un tempo opposti e rivali
E che oggi si rivelano al cuore
l’uno dell’altro.
Lotta,
in noi stessi,
per liberarci da tutte le prigioni interiori
e dal bisogno di imprigionare gli altri,
e lotta con l’uomo povero
perché la sua voce possa farsi sentire
e siano spezzate le oppressioni.
Contemplazione,
per lasciare che a poco a poco
si trasformi il nostro sguardo
fino a posare sugli uomini e sull’universo
lo sguardo del Cristo stesso”
(frère Roger)


               (frerè Roger)


ALL'AMORE...

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene. 
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.


Questo blog è contro la guerra
senza se e senza ma!
=============================

Amare, non significa convertire,
 ma per prima cosa ascoltare,
scoprire questo uomo,
questa donna,
 che appartengano a una civiltà
e ad una religione diversa.
L'amore consiste non nel sentire
che si ama, ma nel voler amare;
quando si vuol amare, si ama;
quando si vuol amare sopra ogni cosa,
si ama sopra ogni cosa"

(Charles de Foucauld)


 
"...state molto attenti
a far piangere una DONNA,
che poi  Dio conta le sue lacrime!
La donna è uscita dalla costola dell'uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa per essere superiore,
ma dal fianco per essere  uguale.....
un po' più in basso del braccio per essere
 protetta  e dal lato del cuore
per essere AMATA Cosa succede in città...

Dopo le elezioni...
solo spartizioni...
nessuno parla...

Il PD...sta nascendo...
a Latina...nessun fermento!


"Per alcuni le parole sono strumenti
per rappresentare cose,
per comunicare pensieri e sensazioni.
Per altri sono strumenti autoreferenziali
che servono ad alimentare altre parole."
(detta da un politico di Latina)


Avvenimenti a Latina...

********************************
UN ACQUISTO NELLA BOTTEGA
E' UN CONTRIBUTO
ECONOMICO E CULTURALE
INSIEME!!
sostieni l'alternativa...
regala equo e solidale
*******************************
Ass.Cult.MICROmacro
 
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Via Saffi, 44 - Latina



°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Invito alla lettura


Sto leggendo:

I pilastri della terra

Manituana
di Wu Ming

Gomorra

Consigli per la lettura:

Sobrietà di Francesco Gesualdi
(profetico)


Q

di Luther Blissett
(storicamente rilevante)

Ad occhi chiusi 
Ragionevoli dubbi
Testimone Inconsapevole
di Gianrico Carofiglio



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Ho visto di recente al Cinema:
Recensioni doc su www.schermaglie.it

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Se te vedesse Caravaggio te metterebbe ar posto de la
Madonna! (Freddo)....(da Romanzo Criminale)


 
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Auguri per un nuovo anno dal
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14 novembre 2006

Ken Loach



"E' facile sapere contro cosa si combatte.
Più difficile è sapere in cosa davvero si crede!"




permalink | inviato da il 14/11/2006 alle 13:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

12 ottobre 2006

Torna la bella Scarlett

Recensione da www.schermaglie.it (di Marino Galdiero www.dreamer.ilcannocchiale.it)

Due o tre battute memorabili ci sono. Un’affermazione difensiva, senza particolari intenzioni, potrei definirla interlocutoria, anche perché quelle “due-tre” ti rimangono proprio in mente. La stoffa del gran comico c’è, anche con questa seconda precisazione siamo sul terreno della comprensione, e non del giudizio, quasi a scivolare nell’indulgenza. E in qualche misura forse così è con Woody Allen, così capita con un autore che col tempo è diventato una macchina capace di produrre storie senza particolari patimenti d’animo: non fa in tempo a finire un film e già ne ha cominciato un altro. Per cui pare di assistere ad un continuum avvolgente, lì dove s’era interrotta la narrazione precedente riprendere con una storia simile, eppur diversa nel tono. Certo, come mi sibila in un orecchio un’amica con le labbra di un cellulare (è strano, ma ho pensato proprio alle labbra, deve essere un effetto collaterale della bella Scarlett), “sono oramai anni che salmodiamo delle battute di Allen…”. Poi, impaziente, polemica e implacabile, aggiunge: “È un autore finito, non ha più nulla da dire”. Non credo sia così, e Match Point sta lì a dimostrarlo, uno dei più bei film della stagione precedente: cupo e disilluso. Con Scoop è invece andato in cerca di una sorta di disimpegno, quasi il bisogno di tirare un sospiro di sollievo, una boccata d’aria gioiosa con una commedia, un voler uscire fuori dai toni tragici e privi di umorismo dell’ultima opera. Anche se il tema della fortuna come elemento determinante la vita delle persone resta. L’impostazione è simile a Misterioso omicidio a Manhattan, questa volta la complice di Allen, nei panni del mago Splendini, non è più una moglie (Diane Keaton) ma una finta-figlia (Scarlett Johansson), o meglio: una giovane americana, aspirante giornalista, in visita a Londra. Insieme a lei inizia la caccia al famoso e imprendibile serial killer Tarot Card. Una ricerca che li spinge a frequentare l’aristocrazia inglese. Ancora un elemento di continuità, rispetto al precedente lavoro. Lì la Johansson, veniva prima mollata dal rampollo di sangue blu, e poi fatta fuori da uno scalatore sociale. In Scoop la bella ne sa una più del diavolo, non è più un’attrice fallita e tenera commessa, e seppur offuscata dall’amore, riesce a scampare pericoli mortali. Non da sola però. Ha bisogno del mago Allen che entra in “campo” per illuminare la trama, ricomporre gli indizi, e poi scomparire ironicamente in un incidente stradale.  In Crimini e Misfatti uno dei protagonisti la faceva franca, dopo aver commesso un omicidio, ugualmente in Match Point, con la sola differenza che nel primo il crimine è sottoposto ad un’analisi morale, nel secondo no: prevale l’illusione di poter controllare ogni aspetto della propria esistenza. Infine arriva l’aristocratico e affascinante Peter Lyman (Hugh Jackman), che non riesce a farla franca. In questo modo con Scoop è ristabilito un ordine artificiale, un’eccezione al caos imprevedibile della natura, comprensibile solo nella forma classica della commedia, un genere che prevede il lieto fine. Il filosofo Allen pare dire: la vita è dominata dal caso (fortuna) contro cui poco si può fare, gli uomini tra loro se le danno, illusi che esista l’amore (specie le donne), questo conflitto prende una forma sociale: ricchi da una parte, e dall’altra i poveri. I primi spesso hanno la meglio pur se rimangono scontenti. Per opporsi  a questa infinita catena di ingiustizie poco si può fare, se non appellarsi all’arte, ai suoi giochi, alle sue illusioni. Solo la bacchetta magica di un prestigiatore artista può trasformare la realtà in qualcosa di meno violento




permalink | inviato da il 12/10/2006 alle 12:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

26 maggio 2006

Il caimano...

"Stiano attenti i signori della sinistra perché se dovessimo portare in piazza l'Italia che io vedo in giro intorno a me in tutte le regioni, male sarebbe per loro! "... (il ca...imano)




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29 gennaio 2006

Match Point



Ho visto questo film che considero strepitoso e vi lascio alla recensione di Edoardo Zaccagnini di Schermaglie sito definito dagli autori come "luogo di riflessione e di azione a partire dal cinema".

Il film inizia con una metafora: la pallina da tennis sbatte sul net e cambia le sorti di un’incontro sportivo. Nel frattempo una frase scorre sopra un prato di accecante colore: “Colui che ha detto preferirei essere fortunato piuttosto che buono, aveva capito tutto della vita”. Woody Allen contraddice settant’anni di domande laceranti e di geniali sentenze di colpevolezza. Si abbandona ad un’amara rassegnazione mentre firma il suo trattato di personale assoluzione. Senza avvertimento alcuno, all’inizio di un film raffinato ed elegante, articolato e fluido, si libera di se stesso e del suo mondo interiore. La pallina rimbalza sulla massima d’apertura e fa volare il newyorkese verso un panorama sociale atipico. Spinge il cineasta a un improvviso movimento che lo porta, con terrore invisibile, verso un orrore impietoso. Lo obbliga a girarsi verso un mondo che è di fronte e lontano. L’autore attraversa l’Atlantico, getta a mare il Jazz e approda su un Tamigi alto-borghese. Risale un fiume sconosciuto al suo cinema e lo scruta dolorosamente sotto le note conservatrici del melodramma. In questo ricco angolo grigio, ordinato, a tratti verdissimo di vecchio mondo, fa esplodere la miccia innescata da un prologo intimamente e apparentemente rivoluzionario: basta domande, basta ricerca, è questione di fortuna, fato, dell’assoluta casualità del vivere umano. Una frase, per quello che una frase può contare, si posa sul cinema di Allen col silenzio di una pietra caduta e si ferma in mezzo ad anni di capolavori, pezzi da mercato ed infinite considerazioni grottesco-esistenziali. Precedenti e probabilmente future, perché in fondo le persone non cambiano mai. Dal rimbalzo vincente parte un film esterno ai mondi (e ai modi) dell’auto-indagine alleniana. Vicino all’embrionale Crimini e misfatti, ma più  secco nel tratto, disilluso nello sguardo, diradato in un’ironia che si è fatta amara e crudele: senza  bene, senza male e senza morale. Andando alla ricerca del  Woody sommerso, viene da chiedersi quale considerazione nutra, il seccaccio stempiato di Manhattan,  per il giovane Chris, bello e poco consapevolmente dannato, che mangia i bisogni insoddisfatti di una società potente a cui non appartiene. La vittoria del protagonista è anche la sua sconfitta, il suo trionfo sociale è il suo fallimento esistenziale. Eppure egli supera in curva, salta ostacoli insormontabili e il suo castigo è pagato, istituzionalmente, da un povero anonimo disperato. Il suo terrore dura il tempo di una confessione trattenuta e distratta su una panchina del parco. Poi riparte il suo viaggio, a testa bassa e lucidissima, verso la scalata a un mondo mitico. Chris sembra perdere l’ascolto della pancia e con essa l’universo delle sue passioni. Ma è un naufragio il suo? O nell’intimo dell’autore lo sguardo di Jonathan Rhys-Meyers, che non molla mai, che uccide il simbolo della sua natura con le armi dell’upper class, è parte segreta e prepotente dell’animo umano? Può darsi che Allen consideri questa spinta cerebrale come superiore a quella viscerale e miope degli istinti più immediati. È possibile che la sazietà procurata dall’acquisto di potere sia superiore a quella fornita dalle soddisfazioni ormonali. Forse Jonathan-Chris, con la sua silenziosa e rabbiosa determinazione, col suo agire rapace e deciso, riesce a  spingere la pallina dall’altra parte del campo, a farla rimbalzare dove vuole lui. Perché sa sparare bugie col viso della verità e vivere parallelamente in due mondi che si odiano. Lo fa per inseguire il profondo piacere della vittoria, della conquista, del domino costante sul prossimo. La sua perdizione coincide con quella dell’indegna élite a cui si aggrappa? È la stessa che affiora dal ritratto caustico che l’invisibile clarinettista compie di una borghesia senza vita? Chris è forse incapace come gli altri di ammettere l’abissale ipocrisia dei rapporti sentimentali e personali? In che forma è paragonabile a quelli che accumulano arte per il desiderio di possedere e mostrare? Il suo viaggio sembra piuttosto solitario, simile a quello del kubrickiano Raydmond Barry: anche lui irlandese, forte ed egoista, deluso dall’amore e avviato alla deriva. Come il settecentesco commiserevole arrampicatore, il Chris di Match Point gira intorno alle figure e agli schemi della categoria sociale di cui si nutre, ma lo fa senza vera integrazione, senza odio, senza amore, privo di ogni forma di partecipazione emotiva. Chris non ha  considerazione per un mondo a cui non replica mai. Non risponde, né con la voce né col corpo, alla mentalità realistico-delirante che hanno i suoceri e il cognato. Cammina da solo, producendo un’antipatica affezione per la sua disperata negatività. Ama Nola quando è deciso ad amarla, la uccide quando è sicuro di volerla eliminare. L’amico che incontra gli racconta l’ammirazione per il suo talento tennistico, ma Chris non ha bisogno del passato e non ascolta perché è mosso da una spinta alla realizzazione che coincide (può darsi non definitivamente) con gli stati d’animo garantiti dall’agiatezza economica raggiunta. Null’altro che gli effetti pratici  lo interessano della fetta sociale che è riuscito a mordere. Tradirà ancora perché non appartiene che a se stesso. Non sa fare nulla, però sa trasformare il fallimento sportivo in consapevolezza caratteriale, una conoscenza amicale in scalata sociale, una corretta passione amorosa in guadagno e posizione, quella sbagliata in un omicidio imperfetto ed impunito. Sa uccidere e seppellire, in un arco di tempo straordinariamente breve, anche i mostri della sua coscienza. Sa ripartire mentre il mondo che momentaneamente gli dà benzina, quello con cui Allen è implacabile e feroce, rimane fermo a spompinarsi con le sue conquiste. Chris guarda fuori alla finestra mentre, nell’elegante salone, l’antico mondo continua a celebrarsi. Ha sposato questi valori senza amarli, senza compenetrazione, ci vive accanto in una recita minimale e perfetta. Non sarebbe male sapere, conoscendo Allen, il suo stato emotivo nei confronti di questo folle e incontrollabile parassita. Quale stima nutra, il passeggiatore pensante di Central park, per uno che pensa una volta sola e poi agisce. Il film di Chris cammina accanto a quello coralmente altmaniano, borghesemente chabroliano che il nuovo, sorprendente Woody riesce a creare su un mondo finora a lui estraneo. Funzionano entrambi e si arricchiscono a vicenda, incastrandosi a meraviglia nella forzatura del noir, nella facilità con cui si cade nel romanzo cinematografico, per uscirne colpiti, stralunati e sazi di cinema. Match point è il film più denso e riuscito di questa prima fase di stagione. 
 




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17 novembre 2005

The Interpreter ... "Lei è l'ONU"

Un thriller un po’ cervellotico ma avvincente e magistralmente girato da Sidney Pollack!
“La vendetta è una lenta forma di sofferenza”. Questa è la frase cardine di tutto il film The interpreter e sostanzialmente di quasi tutta l’opera di Sydney Pollack. Come non accostare queste fondamentali otto parole pronunciate da una straordinaria Nicole Kidman (superiore al per una volta troppo istrionico Sean Penn) ad altri celebri personaggi pollackiani, primo fra tutti Jeremiah Johnson di Corvo rosso non avrai il mio scalpo? La celebre scena finale in cui Robert Redford fa cenno con la mano al capo della tribù dei Corvi, non ha in fin dei conti lo stesso significato dell’incontro tra la bella interprete Silvia Broome e il terribile dittatore del Matobo? È questo che colpisce di The interpreter, al di là della trama e dei numerosi colpi di scena, la capacità di rendere ancora attuale un messaggio datato 1972, impreziosendolo con sequenze mozzafiato (spettacolari i quindici minuti ambientati in un autobus di New York), citazioni Hitchcockiane (da Intrigo internazionale a La finestra sul cortile) e ottimi dialoghi, i quali molto spesso risultano essere superiori ai vari intrecci narrativi che verso i tre quarti del film tendono a diventare un po’ troppo cervellotici. Infatti alcune cose non tornano completamente nel finale e lasciano più di qualche perplessità. Ciò è però ampiamente perdonabile, se non altro grazie alla maestria di alcune inquadrature che nel giro di pochi secondi riescono a catapultare lo spettatore in un mondo ricco di complotti e giochi di potere.
La trama si sviluppa su tre livelli:
a) le complicatissime questioni socio/politiche africane (guerre civili, pulizie etniche e povertà);
b) il pericolo della diffusione negli Stati Uniti di un nuovo terrorismo non legato ad Al Qaeda;
c) la raffinata storia d’amore (cerebrale ed emotiva, non fisica...PUTROPPO!!!) tra l’interprete Silvia Broome e l’agente dei servizi segreti Tobin Keller.

I più riusciti sono senz’altro gli ultimi due, sia perché in essi vengono messe a confronto due personalità diametralmente opposte (l’interprete e l’agente), sia perché si riesce a dimostrare come questioni apparentemente lontanissime da noi, possano improvvisamente presentarsi davanti la porta di casa nostra. Già dalle prime immagini si capisce che Pollack non ha perso il tocco e che conosce a menadito le regole del thriller, soprattutto sa come sfruttarle al meglio per integrarvi le complesse situazioni politiche che si svolgono all’ainterno del palazzo dell’O.N.U.. Già, perché The interpreter ha l’onore di essere il primo film girato all’interno delle Nazioni Unite, che di fatto si trovano a New York City, ma in realtà sono considerate territorio internazionale. In sostanza, The interpreter è un ottimo film, che tiene incollati allo schermo per tutta la sua durata e riesce attraverso i fatti di un finto paese africano (Il Matobo e la sua lingua, il Ku un misto tra lo swahili e lo shona, sono stati inventati in un centro storico/linguistico inglese E LA KIDMAN ha imparato a parlare correttamente questa lingua che non esiste!!!) a mostrarci questioni estremamente reali e a farci riflettere su un concetto importantissimo: se il terrorismo è per noi occidentali una minaccia relativamente nuova, in Africa è un costante pericolo con il quale la sua gente convive da moltissimi anni. Quindi cerchiamo di essere meno egoisti e pieni di noi stessi, guardiamo oltre i nostri confini.

(liberamente tratto dalla recensione di Close-Up)




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27 ottobre 2005

C'era una volta...in Italia

Probabilmente mi piace molto questo genere cinematografico...guardando questo film ho avuto l'impressione di rivedere De Niro in Freddo (Kim Rossi Stuart)... e purtroppo ho riletto eventi sempre molto grandi per noi che viviamo in una microSTORIA così piccola che c'è il rischio di uscire di scena in un lampo..., con un colpo di pistola, con una bomba o molto più semplicemente dimenticati perchè impossibilitati a raccontare le nostre verità quotidiane disintegrate in un ROMANZO CRIMINALE.

"la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter essere compresi" (PPP)




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5 ottobre 2005

Remake di "Vita da Strega"

Non è sicuramente un film impegnato, ma ricordo molto bene le sit-com del telefilm e sono curioso di vedere cosa combina Nicole Kidman in questa veste un pò sbarazzina. Un certo interesse poi lo meritano due mostri sacri come Shirley MacLaine e  Michael Caine.
Speriamo di non rimpiangere la splendida Samantha della mia infanzia...sognavo sempre di vivere con una strega...!!!




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19 maggio 2005

Quando sei nato non puoi più nasconderti

Ho visto questo film e l'ho trovato ricco di spunti di riflessione, è uno spaccato italiano che ci fa percepire i temi globali, l'interdipendenza e la mondialità che a volte ci sovrastano...e la frase detta da uno dei protagonisti "io non ci posso fare niente" corona questa difficoltà...a me è piaciuto molto...

"Racconto un pezzo del nostro Paese, una parte dei suoi problemi, ma quello che m'interessa sono soprattutto le persone. L'immigrazione viene raccontata con molte semplificazioni dalla tv e dai giornali. Fa notizia lo sbarco di un gruppo di clandestini, ma poi ci si dimentica di loro".

"'Quando sei nato non puoi più nasconderti' è davvero, come viene detto anche nella pellicola, un cognome africano. Lì c'è l'abitudine a dare come cognomi dei concetti. Ed è il nome reale di un clandestino che ho incontrato e intervistato".

(Marco Tullio Giordana)

  
   

Un ragazzino che nasce una seconda volta e vive un'esistenza totalmente opposta rispetto alla precedente... Con questo film, scrivo il nome di Giordana (in realtà l'avevo già fatto all'epoca de I cento passi) nella lista dei miei registi preferiti: per il modo fermo e insieme dolce di dirigere gli attori, per i dialoghi essenziali e diretti, per i silenzi carichi di significato, per le atmosfere che sa creare con poco (a volte basta un effetto flou per trasmettere l'emozione). E' uno dei pochi film (ricordo con piacere Lamerica di Amelio) che riflettono e fanno riflettere su un argomento che alla fine è più semplice confinare in leggi inutili e dannose (- 40% di clandestini? Promesse rispettate? Ma chi le aveva chieste 'ste cose, signor B? Ci vorrebbe ben altro!) che parlano di numeri, di cifre, di percentuali...; mentre invece bisogna parlare di uomini. Di ragazzi. Bisogna ascoltare quello che dicono. Bisogna vedere quello che vivono. La vicenda di Sandro ti apre gli occhi su una realtà davanti alla quale spesso gli occhi li chiudi volontariamente. Ma quando quella realtà la vivi di persona, sulla tua pelle, allora...; solo allora...; non puoi più nasconderti.
(commento di Marina Don)




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9 maggio 2005

Jedi...in lotta tra il bene e il male

   

   

 




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30 aprile 2005

La vendetta dei Sith...quando Lucas fa vincere il male

Esce il 20 maggio l'atteso sesto e ultimo episodio della saga di Guerre Stellari, "il più oscuro di sempre" (fatemi godere il film....ma speriamo che Lucas ci regali la terza trilogia...)



Anakin Skywalker si lascia conquistare 
dal Lato Oscuro della Forza e si trasforma in Darth Vader, incarnazione del
Male. Come Faust fa un patto con il diavolo.
Del resto dove potrebbe finire
il film se non all'inferno? Le psicologie del Potere non cambiano. Il tema del
film è la rapacità del Potere, Vader vuole controllare l'universo, dominare la
vita. Ma non si può fare, bisogna accettare le regole del vivere, il sole sorge
e tramonta, ogni cosa ha la sua fine".


George Lucas (il genio) che dice di comparire per la prima volta nel film
 in una folla insieme alla figlia...per risparmiare i soldi di una comparsa...(buuuuuuuu...)




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