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Lorenzo...mio nipote...befanino 2005 1 anno

“I cercatori di comunione
con Dio e con gli uomini
sono immessi subito in questa tensione:
lotta e contemplazione.
Due atteggiamenti che sembravano
un tempo opposti e rivali
E che oggi si rivelano al cuore
l’uno dell’altro.
Lotta,
in noi stessi,
per liberarci da tutte le prigioni interiori
e dal bisogno di imprigionare gli altri,
e lotta con l’uomo povero
perché la sua voce possa farsi sentire
e siano spezzate le oppressioni.
Contemplazione,
per lasciare che a poco a poco
si trasformi il nostro sguardo
fino a posare sugli uomini e sull’universo
lo sguardo del Cristo stesso”
(frère Roger)


               (frerè Roger)


ALL'AMORE...

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene. 
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.


Questo blog è contro la guerra
senza se e senza ma!
=============================

Amare, non significa convertire,
 ma per prima cosa ascoltare,
scoprire questo uomo,
questa donna,
 che appartengano a una civiltà
e ad una religione diversa.
L'amore consiste non nel sentire
che si ama, ma nel voler amare;
quando si vuol amare, si ama;
quando si vuol amare sopra ogni cosa,
si ama sopra ogni cosa"

(Charles de Foucauld)


 
"...state molto attenti
a far piangere una DONNA,
che poi  Dio conta le sue lacrime!
La donna è uscita dalla costola dell'uomo,
non dai piedi perché dovesse essere pestata,
né dalla testa per essere superiore,
ma dal fianco per essere  uguale.....
un po' più in basso del braccio per essere
 protetta  e dal lato del cuore
per essere AMATA Cosa succede in città...

Dopo le elezioni...
solo spartizioni...
nessuno parla...

Il PD...sta nascendo...
a Latina...nessun fermento!


"Per alcuni le parole sono strumenti
per rappresentare cose,
per comunicare pensieri e sensazioni.
Per altri sono strumenti autoreferenziali
che servono ad alimentare altre parole."
(detta da un politico di Latina)


Avvenimenti a Latina...

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E' UN CONTRIBUTO
ECONOMICO E CULTURALE
INSIEME!!
sostieni l'alternativa...
regala equo e solidale
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°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Invito alla lettura


Sto leggendo:

I pilastri della terra

Manituana
di Wu Ming

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Consigli per la lettura:

Sobrietà di Francesco Gesualdi
(profetico)


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di Luther Blissett
(storicamente rilevante)

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Ho visto di recente al Cinema:
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1 settembre 2009

Nucleare, divulgazione scientifica ed emotività: un’analisi

articolo di Sergio Zabot

Parlando a Milano, durante il primo appuntamento dei “Dialoghi sull’energia”, organizzati da A2A alla Casa dell’energia, Chicco Testa ha lamentato la carenza di professionisti dell’informazione sui temi energetici, con particolare riguardo al nucleare, cosa che ostacola i dibattiti pubblici razionali e generalizzati. Fin qui nulla di strano; la tesi è condivisibile e si può discuterne. Ma poi Testa si è spinto oltre e ha enfatizzato la necessità di far leva su una emotività favorevole al nucleare che sfrutti le paure dei cambiamenti climatici e della sicurezza degli approvvigionamenti energetici. Come chiedere ai giornalisti di ingannare i lettori perché il fine giustifica i mezzi…

Agli ambientalisti Testa imputa la contraddizione di opporsi a una fonte di energia elettrica in grandi quantità che non genera CO2, e al mondo politico e al pubblico in genere, invece, la contraddizione di vincolare la sopravvivenza del sistema produttivo e dello stile di vita italiano a personaggi inaffidabili come il leader libico Gheddafi e a situazioni non controllabili direttamente come il rapporto Russia-Ucraina.

Ebbene, il nostro umanista hegeliano ignora, o meglio nasconde il fatto che per produrre le 40 tonnellate l’anno di uranio che servono per alimentare un reattore Epr da 1.600 megawatt, come quelli che si vorrebbero costruire in Italia, occorre partire da qualcosa come 8 milioni di tonnellate di roccia, equivalenti alla piramide di Cheope, che vanno prima estratte, macinate, poi diluite con 1,4 milioni di metri cubi di acqua e 22mila tonnellate di acido solforico, per ottenere alla fine 350 tonnellate di yellowcake, un ossido che contiene lo 0,7% di uranio fissile, più l’equivalente, appunto, di una piramide di Cheope all’anno di scarti.

Poi quest’uranio va arricchito per incrementare la parte fissile, cioè l’uranio 235, almeno al 3,5%. L’arricchimento avviene per centrifugazione trasformando l’uranio in gas, l’esafluoruro di uranio. Per fare questo servono 370 tonnellate di fluoro, gas molto leggero, altamente volatile e che alla fine del processo è altamente radioattivo, impossibile da smaltire e che comporta una gestione molto onerosa.

Finalmente si ottengono 40 tonnellate di uranio combustibile in forma di biossido di uranio, oltre che 250 tonnellate di uranio impoverito, che poi tanto povero non è, dato che contiene ancora lo 0,3% di uranio fissile, quindi radioattivo.

In conclusione, per far funzionare un reattore Epr per un anno si consuma energia pari a 190mila tonnellate di petrolio con l’immissione in atmosfera di 670mila tonnellate di CO2.

Poca cosa, dato che ciò corrisponde a soli 56grammi di CO2 per ogni chilowattora che verrà prodotto. Se però consideriamo che la costruzione della centrale è responsabile dell’emissione di altri 12grammi di CO2  al chilowattora e che la gestione delle scorie comporta un “debito” stimato tra i 30 e i 65grammi di CO2 per chilowattora, arriviamo a una cifra che oscilla tra i 96 e i 134grammi di CO2 per ogni chilowattora che sarà prodotto dalla centrale atomica, circa un terzo delle emissioni di un ciclo combinato a gas.

Ma la pacchia dura fino a che dura la disponibilità di minerale con concentrazioni di uranio piuttosto elevate. Man mano che la purezza del minerale di uranio diminuirà, ci vorrà più energia fossile per estrarre l’uranio e le emissioni di CO2 arriveranno inevitabilmente a eguagliare le emissioni di una centrale a gas.

Per quanto riguarda la paure della sicurezza dell’approvvigionamento energetico, questa è una delle più forti pressioni ideologiche e mediatiche operate per convincere gli italiani della necessità dell’energia nucleare: il petrolio proviene in prevalenza dai paesi arabi, il gas dalla Russia di Putin e dalla Libia di Gheddafi, tutti paesi politicamente inaffidabili, per non parlare del Venezuela di Chavez e della Bolivia di Morales che nazionalizzano le industrie del petrolio e del gas.

Ebbene, pochi sanno che su un fabbisogno mondiale annuo di circa 70mila tonnellate di uranio, solo 20mila tonnellate, pari al 28%, provengono da paesi cosiddetti “stabili”, quali Australia, Canada, Usa. Altre 20mila tonnellate arrivano da Kazakhstan, Russia, Niger, Namibia e Uzbekistan, Paesi non particolarmente “stabili”. Infine, 30mila tonnellate necessarie a equilibrare il fabbisogno dei reattori nucleari provengono dagli arsenali militari russi in smantellamento. Ora, caro Chicco, perché Putin dovrebbe essere inaffidabile quando ci vende il gas e diventare affidabile quando ci fornisce l’Uranio?

Un altro cavallo di battaglia dei fautori del nucleare, è che in Francia l’energia elettrica costa meno perché ha il nucleare. Di fatto le condizioni che hanno portato la Francia a diventare una potenza nucleare sono frutto dell’azione politica del generale De Gaulle per creare, in piena guerra fredda, un polo nucleare europeo a guida francese.

Il nucleare civile francese è nato in simbiosi con il nucleare militare, per ripartire gli enormi costi per produrre l’uranio e soprattutto per arricchirlo al cosiddetto “weapon grade”. Lo sforzo civile e militare francese è stato imponente e la maggior parte dei costi, dalla ricerca e sviluppo fino al trattamento del combustibile esausto non sono mai entrati nel costo dei chilowattora che i cittadini pagano in tariffa, ma sono nascosti nelle tasse che pure i francesi pagano. Non dimentichiamo che EdF, la società elettrica che gestisce le centrali nucleari è statale e che anche gli arsenali militari e gli impianti di arricchimento e di ritrattamento dell’uranio sono statali.

L’esperienza francese è irripetibile, soprattutto in un mercato liberalizzato dove i costi devono essere trasparenti e le attività industriali devono competere sul mercato. D’altra parte basta leggersi i rapporti della Corte dei Conti francese per rendersi conto delle gravi omissioni e dell’assoluta mancanza di trasparenza riscontrata nel settore nucleare e in particolare nel “decommissioning”, stigmatizzati regolarmente dai giudici francesi nei loro rapporti.

In un articolo pubblicato sul Quotidiano Energia il 4 giugno, Pippo Ranci, ex presidente dell’Autorità dell’energia, sostiene che la Francia mantiene tariffe amministrate per tutti i piccoli utenti, domestici e commerciali; che tali tariffe sono basse in modo da costituire una potente barriera contro l’entrata di concorrenti e che sono economicamente sostenibili finché EdF può utilizzare in esclusiva l’energia prodotta dalle vecchie centrali nucleari già ammortizzate e per le quali si ritiene vi sia stato un implicito sussidio statale almeno per quanto riguarda i costi di ricerca, sviluppo e ingegnerizzazione. E io aggiungerei anche per il ritrattamento del combustibile esausto che rientra nelle competenze dei militari e per il decommissioning, dato che EdF, stando a quanto denuncia la Corte dei Conti, non accantona le somme che dovrebbe.

Ora è innegabile che il successo referendario del 1987 sia stato determinato dall’emotività indotta della catastrofe di Cernobyl. Ma l’uscita dell’Italia dal nucleare non è stata determinata solo dall’emotività, ma anche da precisi calcoli politici ancorché ideologici.

Vale la pena di ricordare infatti che i quesiti referendari chiave erano diretti ad abolire le norme sulla localizzazione delle centrali nucleari e i contributi a Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari, cosa che avrebbe reso impossibile trovare un Comune disposto a ospitare sul suo territorio un impianto nucleare o anche un deposito di scorie radioattive.

E’ anche il caso di ricordare, come a quell’epoca la Dc e il Pci fossero decisamente contrari ai quesiti proposti dal Partito Radicale, dal Partito Liberale e dal Partito Socialista. La prima strategia adottata dal Governo di allora contro i referendum fu quella dello scioglimento anticipato delle camere per lo stallo che si era prodotto nei rapporti tra Dc e Psi: protagonista fu Ciriaco De Mita, che decise le elezioni anticipate per rompere la convergenza di quei mesi tra i partiti laici e in particolare tra Craxi e Pannella.

Dopo le elezioni anticipate, di fronte all’appuntamento referendario, Dc e Pci, inizialmente ostili ai quesiti, si schierarono a favore del «sì». Questo repentino cambio di rotta dei due maggiori partiti derivava dalle implicazioni politiche che poteva provocare una eventuale sconfitta dello schieramento del «no» imperniato sull’asse Dc e Pci, in contrapposizione ad uno schieramento laico-progressista formato da Radicali e Socialisti.

La rilettura di quel periodo dimostra che il risultato del referendum del 1987, oltre ad essere stato frutto dell’emotività fu soprattutto figlio dell’ideologia. E’ corretto quindi affermare che quella scelta fu emotiva e ideologica.

Quello che è meno evidente è come già ora il rientro dell’Italia nel nucleare sia dovuto a un’altrettanta ondata emotiva ancorché ideologica, sapientemente pilotata da un Governo che mistifica i fatti e stimola le paure più ancestrali dei cittadini.

Ora, rispetto il 1987, la situazione si è ribaltata: gli emotivi di allora, ancorché mossi da una forte preoccupazione per le possibili conseguenze sanitarie e ambientali del fallout radioattivo, contestano il ritorno al nucleare su basi razionali e i sostenitori del nucleare implorano ora tale ritorno su basi emotive e ideologiche, quali la paura dell’aumento del costo del petrolio, l’inaffidabilità dei paesi produttori di gas naturale, la fatalità di uno sviluppo che ci porterà ad un consumo sempre maggiore di energia, l’inevitabilità che per salvaguardare il nostro pianeta e ridurre le emissioni di gas serra, si debba scegliere il male minore. Forse Chicco Testa non si è accorto che il suo sogno è già realtà e pretende ora che i “professionisti dell’informazione” assecondino le sue menzogne facendo leva sull’emotività favorevole della gente. Ne conosciamo un altro che ha deliri analoghi… ma questa è un’altra storia.

La verità è che l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili sono in forte competizione con il nucleare e i sostenitori del nucleare mentono spudoratamente quando affermano che non c’è concorrenza tra nucleare ed efficienza energetica. Questa divergenza è destinata ad aumentare per due ordini di motivi.

In primo luogo, tutte le tecnologie dell’energia distribuita, comprese le tecnologie del risparmio energetico sono destinate inesorabilmente a diventare sempre meno care per via dei grandi volumi di produzione e dei miglioramenti continui che consentono di sfornare sempre più nuovi prodotti “più risparmiosi” dei precedenti. Questo non succede per gli impianti centralizzati e soprattutto per gli impianti nucleari che storicamente tendono a costare sempre di più, in contrasto con le cosiddette “curve di apprendimento delle tecnologie”. D’altra parte dalla progettazione di un componente nucleare fino alla sua realizzazione passano talmente tanti anni che, anche quando si inventano nuovi prodotti e nuove tecnologie, non è possibile utilizzarli immediatamente e bisogna aspettare che entri in produzione una nuova filiera.

In second’ordine, il mercato sta cominciando a riconoscere i benefici ottenibili con le tecnologie distribuite, sia in termini di profitti, sia per l’elevata ricaduta che questo comporta sui livelli occupazionali a livello locale. Il risparmio energetico, la produzione distribuita di elettricità e le fonti rinnovabili in particolare, cominciano a mostrare il loro potere dirompente per sfondare barriere che fino a poco fa sembravano impenetrabili, riducendo drasticamente i costi e migliorando le prestazioni. Solo in impianti di cogenerazione, in Italia si stanno installando centinaia di impianti all’anno per una potenza di 4mila megawatt l’anno. Stanno peraltro emergendo nuove classi di tecnologie, alcune ancora immature come il solare termodinamico o le celle a combustibile alimentate a Idrogeno, che sono destinate a rivoluzionare il mercato dei trasporti.

Le previsioni di Terna sull’evoluzione della domanda elettrica in Italia, aggiornate nel novembre 2008, indicano, secondo uno scenario cosiddetto “di sviluppo”, ovvero senza l’attuazione degli obiettivi di risparmio energetico, in 415 miliardi di chilowattora il fabbisogno di elettricità e in 74mila megawatt il fabbisogno di potenza al 2018.

Ora, senza entrare nel dettaglio di quanto inciderà il tracollo economico in atto sui consumi finali e spostando in prima approssimazione al 2020 il fabbisogno indicato da Terna al 2018, gli obiettivi del “pacchetto 20-20-20” comportano che al 2020 ci sia una riduzione di consumi finali di circa 80 miliardi di chilowattora e che altri 70 miliardi di chilowattora vengano prodotti con fonti rinnovabili. Il fabbisogno integrativo con fonti convenzionali, si riduce così a 265 miliardi di chilowattora di energia elettrica e poco meno di 60mila megawatt di potenza termoelettrica convenzionale, inferiore del 30% al fabbisogno elettrico del 2009 (350 miliardi di chilowattora) e del 22% inferiore alla potenza termoelettrica lorda installata attualmente (73,3mila megawatt).

A questo punto qualcuno ci deve spiegare dove è lo spazio per costruire 4-5 centrali nucleari che dovrebbero produrre 60 miliardi di chilowattora di elettricità all’anno, come chiede Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, quando già al 2020, attuando il “pacchetto 20-20-20” rischiamo un surplus che oscilla tra il 20% e il 30%.

Quello che preoccupa è che il nostro Governo, invece di rafforzare decisamente il sostegno all’efficienza energetica e alle fonti rinnovabili, stia stipulando patti faustiani con le lobby industriali e finanziarie, promettendo contratti miliardari per realizzare una filiera nucleare, estremamente rischiosa e costosa, garantita dallo Stato, quindi con i soldi dei contribuenti.

Di fatto il Governo rallenta lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, le vere alternative pulite, per far spazio agli interessi delle lobby nucleari e questi fondi verranno sottratti al dispiegamento di uno sviluppo duraturo e distribuito sul territorio, che solo l’efficienza energetica e le vere fonti rinnovabili possono produrre.


26 gennaio 2009

la città è un luogo d'incontro?


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permalink | inviato da lottaecontemplazione il 26/1/2009 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

22 luglio 2008

9,1%

Parigi, 21 luglio – Il rischio di tumore aumenta sensibilmente se si vive nei pressi di un inceneritore di rifiuti. Con punte di rischio del 9,1% superiori alla media per determinate forme di sarcoma. Lo dimostra uno studio condotto dal dipartimento per la Salute e per l’Ambiente francese (www.invs.sante.fr). Gli scienziati d’oltralpe hanno concentrato la propria attenzione su quattro regioni - Isère, Haut-Rhin, Bas-Rhin e Tarn - dove è attivo un totale di 16 inceneritori. La ricerca, “Etude d’incidence des cancers aÌ proximiteì des usines d’incineìration d’ordures meìnageÌres”, ha preso in considerazione i casi di cancro che si sono manifestati nelle quattro aree tra il 1991 e il 1999.
La Francia, premettono gli scienziati, ha cominciato a incenerire i propri rifiuti negli anni Settanta, quando i valori limiti delle emissioni nocive in atmosfera erano meno severi degli attuali. Oggi i limiti sono più netti ed esistono maggiori controlli. Ma è un fatto che, su un bacino potenziale di 25 milioni di persone, sono 135.567 i casi di cancro osservati. Un dato, si legge nel documento, che “mette in evidenza un legame statistico tra il livello di esposizione agli inceneritori negli anni 70-80 e l’aumento della frequenza di certe forme di cancro negli anni dal 1990 al 1999”.
Naturalmente, spiega lo studio, il legame “causa-effetto” tra presenza dell’inceneritore e casi di cancro non è dimostrato. Infatti, non è stato possibile prendere in considerazione le altre variabili (stile di vita, tabagismo, tipo e natura dell’alimentazione, consumo d’alcol, esposizione professionale a sostanze tossiche, precedente presenza di inquinamento urbano, industriale o rurale) che possono aver prodotto i singoli casi di tumore.
Ma ecco i dati sulle forme di cancro più “sospette”: il cancro al fegato presenta un “eccesso di rischio” del 6,8% nelle aree con inceneritore; i linfomi maligni chiamati “non-Hodgkin” dell’1,9%; il massimo del rischio si presenta per i sarcomi dei tessuti molli: più 9,1. Inoltre, per tutte le forme di cancro tipicamente femminili - seno e utero per esempio - è stato riscontrato un eccesso di rischio medio pari al 2,8%. Per il tumore alla mammella, in particolare, la percentuale sale fino al 4,8%.
(fonte www.e-gazette.it)
Scarica in pagina Approfondimenti lo studio integrale sull’incidenza dei tumori in Francia in prossimità di inceneritori

10 luglio 2008

Paesi ricicloni

Costigliole d'Asti, con 6009 abitanti, e' il paese piu' 'riciclone' d'Italia: lo ha determinato uno studio di Legambiente relativo ai Comuni che contano meno di diecimila abitanti, assegnando peraltro al piccolo centro astigiano anche il primo posto assoluto nella graduatoria nazionale. La gestione del 2007 ha raggiunto l'indice di gestione complessivo dell'86,09, tenendo conto della differenziata (73,09%) e di vari altri fattori come il sistema di tariffazione, la qualita' degli acquisti verdi, la riduzione della produzione di immondizia.

9 luglio 2008

439 Centrali nucleari

17 giugno 2008

Stop!


Cedar Rapids (Iowa)

4 giugno 2008

Energia nucleare? No grazie

 

Il nucleare francese sospeso
L’Autorità francese per la sicurezza nucleare ha ordinato a Edf di bloccare i lavori di costruzione della centrale di terza generazione Epr da 1.650 MW di Flamanville per gravi anomalie nella costruzione del reattore.
L’Autorità francese per la sicurezza nucleare (Asn) ha ordinato a Edf di bloccare i lavori di costruzione della centrale di terza generazione Epr da 1.650 MW di Flamanville nella Manche. La notizia riportata anche da Quotidiano Energia parla di uno stop legato ad una serie di anomalie riscontrate nei controlli che l’ente ha effettuato all’interno del cantiere nell’ambito di un’analisi che ha coinvolto 59 reattori nucleari su tutto il territorio francese.
In particolare si constatata una anomalia nell'armatura dell'isolotto che dovrebbe sostenere il reattore nucleare. Yannick Rousselet, responsabile della campagna Energia di Greenpeace Francia, ha sottolineato come questo sia l'ultimo di una lunga serie di problemi che hanno segnato i lavori per la costruzione del reattore: cemento di qualità inferiore, fessure nel calcestruzzo, assenza o difettosità dell'armatura, presenza di personale non qualificato e addirittura modifiche non autorizzate al progetto in corso d'opera.
Thomas Houdré, a capo delle ispezioni dell’Asn nel sito di Flamanville, ha precisato che le anomalie rilevate non costituiscono una minaccia per la sicurezza dell’impianto, ma che i controlli hanno mostrato “una mancanza di rigore nei lavori di costruzione, il che è inaccettabile”.

I lavori potranno ricominciare soltanto dopo un nuovo via libera dell’Autorità, quindi presumibilmente dopo l’approvazione di un piano che preveda la risoluzione dei problemi qualitativi. C'è il rischio di uno slittamento dei tempi di realizzazione dell’impianto nucleare previsto per il 2012. Anche se Edf fa sapere che è ancora troppo presto per tirare conclusioni.
Enel, nell'ambito dell'intesa raggiunta a fine 2007 con Edf, ha una quota del 12,5% nel progetto e anche un’opzione per partecipare nella stessa misura ai 5 progetti Epr che potrebbero essere realizzati in Francia entro il 2023. L’investimento complessivo per la costruzione della centrale di Flamanville è stimato in 3,6 miliardi di euro.

Monica Frassoni, Co-Presidente del Gruppo dei Verdi/ALE, ha così commentato la notizia: "La chiusura del cantiere dell'EPR giungerà forse come una doccia fredda - speriamo salutare - per coloro che in Italia si sono accodati al ministro Scajola negli ultimi giorni, dopo la sua "promessa" alla platea di Confindustria di posare la prima pietra di una nuova centrale nucleare in Italia entro i prossimi cinque anni. Ma quanto accaduto in Francia non dovrebbe affatto sorprendere, considerata l'analogia con i problemi verificatisi anche con l'unico altro reattore in costruzione in Europa, ossia quello di Olkiluoto-3 in Finlandia, i cui costi hanno già raggiunto la spettacolare di cifra di 4,5 miliardi di euro rispetto ai 3 inizialmente preventivati e che ha già accumulato un ritardo nei lavori superiore ai due anni.
Non è un caso se negli Stati Uniti da 34 anni tutte le richieste di autorizzazione per la costruzione di una centrale nucleare vengono seguite regolarmente da un abbandono del progetto da parte dei proponenti, che non hanno alcun desiderio di imbarcarsi in un impresa i cui rischi economici nel medio termine hanno una probabilità di gran lunga superiore ai benefici economici sul lungo termine. La verità è che senza ingenti investimenti pubblici il nucleare semplicemente non produce profitto."

(fonte Qualenergia)

18 maggio 2008

...preparando un corso sui rifiuti...

3 dicembre 2007

Ma l'energia nucleare è davvero pulita?

 Un rinnovato dibattito sta emergendo sul potenziale dell'energia nucleare per mitigare le emissioni di gas serra, in particolare di anidride carbonica. La tesi centrale pro-nucleare è che le centrali nucleari non emettono CO2 e, quindi, il ricorso massiccio al nucleare ci consente di contrastare il cambiamento climatico.
In realtà, solo le operazioni nel reattore sono "carbon free" ovvero senza emissioni di CO2. Tutte le altre operazioni della filiera del combustibile - estrazione dalle miniere, frantumazione e macinazione, fabbricazione del combustibile, arricchimento e gestione delle scorie - necessitano di parecchio combustibile fossile e quindi emettono CO2.
Senza entrare nel merito delle operazioni di decommissioning e di trasporto e riprocessamento del combustibile esausto, che necessitano di un'analisi a parte, in questo breve scritto mi focalizzo solo sull'aspetto delle emissioni di CO2 dovute alla produzione del combustibile nucleare.
Queste emissioni sono state quantificate ormai da molti ricercatori indipendenti dall'industria nucleare. I primi lavori sono stati pubblicati da Nigel Mortimer, (1) fino a poco tempo fa capo unità delle ricerche sulle risorse presso l'università Hallam di Sheffield in Gran Bretagna. Nel 2000 uno studio molto dettagliato è stato condotto da Joe Willem Storm Van Leeuwen, (2) docente dell'Università di Groningen, in Olanda e Philip Smith, fisico nucleare in Olanda.
Questi studi rivelano che le emissioni di CO2 dipendono fondamentalmente dalla concentrazione di Ossido di Uranio (U3O8 - detto anche "yellowcake") nel minerale estratto. Se consideriamo il minerale "high grade" con un minimo di 0,1% di ossido di uranio, da ogni tonnellata di minerale grezzo si ricava un kg di ossido di uranio. Se prendiamo in esame il più diffuso "low grade", ossia con concentrazioni non inferiori allo 0,01% di ossido di uranio, per ottenere un kg di yellocake occorre trattare 10 tonnellate di minerale.
Se poi consideriamo che nello "yellocake" la concentrazione di Uranio fissile (235) rispetto l'Uranio naturale (238) è intorno allo 0,5% e che per alimentare i comuni reattori di potenza nel mondo occorre operare un processo di arricchimento che porti l'isotopo fissile 235 tra il 3% e il 5%, Van Leeuwen e Smith hanno calcolato che il consumo di energia fossile per questi processi di fabbricazione è così grande che le quantità di CO2 emessa è comparabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale.
Secondo D. T. Spreng, (3) (Net-Energy Analysis, 1988) la Richiesta di energia per la vita operativa di un reattore ad acqua pressurizzata (PWR) da 1000 MWe che produce 200.000.000 MWh è di 5 Milioni di tep di energia fossile, dei quali 4 Mtep sono consacrati alle fasi di estrazione del minerale, macinatura, conversione, arricchimento e produzione del combustibile. Ciò significa che ogni 1.000 kWh prodotti occorre spendere 200 kWh di idrocarburi con le relative emissioni inquinanti e climalteranti.
Occorre rilevare poi che le quantità conosciute di riserve di uranio con "grado" superiore allo 0,01% sono molto limitate e che la maggior parte delle risorse sono "low grade". Con il contributo attuale alla produzione elettrica mondiale di circa il 16%, le riserve di "high grade uranium ores" possono durare pochi decenni con prezzi sempre più crescenti. Non dimentichiamo che negli ultimi anni il prezzo dello "yellowcake" è sestuplicato, passando dai 20 $ per libbra nel 2000 a 120 $ per libbra nel 2007.
La quantità di CO2 che viene emessa nel processo di lavorazione dell'uranio è quindi considerevole e le analisi dettagliate sono ancora limitate. Sebbene queste analisi siano fondamentali per poter condurre un dibattito serio sul "ritorno al nucleare", esse non vengono mai menzionate. Un altro aspetto critico nel processo di produzione di uranio è la grande quantità di acqua necessaria, anche questo sempre taciuto. Ma questo merita un approfondimento a parte.

fonte: (di Sergio Zabot da e-gazette)

16 novembre 2007

Processi irreversibili...e la speranza?

 Domani la presentazione della bozza dell'Ipcc, il comitato intergovernativo
"Le attività umane possono portare a cambiamenti senza ritorno"

<b>Effetto serra, gli esperti Onu pessimisti<br>"Ormai potrebbe essere irreversibile"</b>

VALENCIA - Rischiano di rivelarsi "irreversibili" l'effetto-serra e, più in generale, le conseguenze del surriscaldamento globale del pianeta: è l'allarme lanciato dall'Ipcc, il Comintato Intergovernativo sui Mutamenti Climatici, nella bozza di rapporto in via di completamento dopo un'approfondita analisi dei dati relativi all'impatto del fenomeno.
Come riferito dal capo della delegazione francese, Marc Gillet, i contenuti del documento, che dovrà fornire ai governi nazionali le linee-guida in materia per gli anni a venire, sono stati in linea di massima approvati dagli esperti internazionali dell'Ipcc, riuniti a Valencia, dopo un'intera notte di trattative. "Le attività umane potrebbero condurre a cambiamenti del clima improvvisi o irreversibili", recita il testo concordato. L'ente scientifico, quest'anno co-assegnatario del premio Nobel per la Pace insieme all'ex vice presidente americano Al Gore, è stato istituito nel '98 su iniziativa di due agenzie specializzate dell'Onu: l'Organizzazione Meteorologica Mondiale, o Wmo, e l'Unep, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.
La relazione sarà ufficialmente adottata domani nella località iberica; seguirà una conferenza stampa cui parteciperà lo stesso segretario generale del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon.

2 luglio 2007

Ambiente nuova frontiera

 


Nella prossime sfide per la costituzione del Partito Democratico...
personalmente vorrei cominciare a discutere dell'Ambiente ...
ricordando anche le parole di Veltroni ..
vorrei che tutti i candidati abbiano un'attenzione fondante alle tematiche ambientali...
perchè come è stato ricordato bene oggi da Al Gore sulla Repubblica nell'articolo "la Terra è in pericolo ora un nuovo trattato"

LA CRISI CLIMATICA ...CI OFFRE LA POSSIBILITA' .... DI METTERE DA PARTE LE MESCHINITA' E I CONFLITTI DELLA POLITICA PER ABBRACCIARE UNA SFIDA AUTENTICAMENTE MORALE E SPIRITUALE
 
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pezzi dal discorso di Veltroni...
 
1) I mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e propria sfida. Dobbiamo convincerci tutti che l'aumento dell'effetto serra causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia non è un problema di astratta e accademica ecologia. I cambiamenti del clima sono ormai un drammatico dato di fatto: fermarli non è solo un dovere etico verso le future generazioni, è un interesse tremendamente concreto di noi contemporanei. In cima alle priorità della politica e dell'azione pubblica deve stare il futuro ambientale del nostro Paese e dell'intero pianeta. Affrontare i cambiamenti climatici. Realizzare gli obiettivi di Kyoto, e i successivi che sarà necessario darsi per ridurre le emissioni. Potenziare le azioni di risparmio energetico. Espandere l'uso delle fonti rinnovabili. Investire in dosi massicce sulle infrastrutture e sulle tecnologie per la mobilità ecosostenibile. Mettere l'apparato industriale e di ricerca italiano in linea con quelli dei paesi che prima di noi hanno investito sulle nuove tecnologie per l'ambiente.

La strada è quella indicata dai tre "20%" fissati come obiettivo al 2020 dall'Unione Europea: +20% di fonti rinnovabili, -20% di consumi energetici, -20% di emissioni di gas serra. Che vuol dire consumare molta meno energia per ogni euro di Pil prodotto, diffondere l'uso dell'energia solare ed eolica, promuovere il risparmio energetico nell'industria, nei trasporti, nei consumi civili.

L'Italia deve giocare da protagonista questa partita recuperando il terreno perduto, oppure non solo avremo mancato di dare il contributo che ci tocca a fermare i mutamenti climatici, ma ci ritroveremo più arretrati, meno dinamici e competitivi degli altri grandi paesi europei. Anche in termini di investimenti, la riconversione ambientale del Paese può diventare un traino per l'intera economia, come è stato in passato per il settore delle telecomunicazioni. Per farlo, si può utilizzare anche il sistema dei prezzi e del mercato, per favorire una grande allocazione di risorse a favore delle politiche ambientali. Si può pensare ad esempio a tasse di possesso automobilistico legate alla qualità delle emissioni, alla detassazione degli investimenti in ricerca e sviluppo ambientale, alla previsione di inasprimenti fiscali per tutti coloro che si sottraggono alle sfide dell'ecocompatibilità.

Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo che proponendosi di diventare politica generale, informatrice di ogni scelta, rifiuta la logica del no a tutto. Non si può dire no all'alta velocità se poi l'alternativa è il traffico che inquina e la qualità della vita che peggiora perché per spostarsi ci vuole il doppio del tempo e il doppio dei consumi, il doppio dell'energia. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l'unica l'alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva.

Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura. L'ambientalismo è l'unico campo in cui l'obiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma è anche l'unico campo in cui l'unico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dall'uso dell'energia solare all'idrogeno. Sono le conquiste scientifiche e tecnologiche a consentire, oggi, di difendere l'aria, l'acqua, la Terra. (….)
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Ambiente: nuova frontiera per l'Ulivo- Partito Democratico e per l'Italia

Se, come diceva Bob Kennedy, scopo della politica è "addomesticare l'istinto selvaggio dell'uomo e rendere dolce la vita sulla terra", non vi è dubbio che una delle sfide più importanti e impegnative che la politica oggi deve affrontare è quella di uno sviluppo sostenibile: uno sviluppo in grado di far fronte alle esigenze di migliore qualità e di equità sociale, delle presenti e future generazioni, senza compromettere l'ambiente, il clima, le risorse naturali del nostro pianeta, valorizzando anzi la qualità ambientale come fattore cruciale del benessere economico e sociale.

Un più equo accesso alle risorse e alle opportunità di sviluppo costituisce una base decisiva, in un mondo che è diventato piccolo, per la sicurezza, la pace, la convivenza civile fra i popoli.

Per avere un futuro l'umanità dovrà imparare a fare di più e meglio con meno: con minore inquinamento e con minore consumo di risorse naturali e di energia, a vivere meglio, in tanti, con consumi consapevoli, più sobri e di migliore qualità.

Non sarà un mercato senza regole a risolvere le grandi sfide che abbiamo di fronte: occorre un nuovo riformismo capace di agire anche su scala globale.

Questa sfida non si vince "resistendo" ai grandi cambiamenti in atto - la globalizzazione, l'emergere tumultuoso sulla scena economica e politica di nuovi poderosi soggetti come la Cina e l'India - , ma con valori, visioni, progetti e programmi che siano in grado di misurarsi con i cambiamenti epocali in corso.

La grande minaccia dei mutamenti climatici, richiamata ormai anche dai maggiori leader mondiali, ai quali si è unita, ed è la prima volta, la richiesta autorevole, rivolta al G8, dalle accademie delle scienze dei 12 più importanti Paesi della Terra, rappresenta la principale prova con cui l'umanità deve misurarsi. Ridurre fortemente la dipendenza dal petrolio e, in generale, dalle fonti fossili, puntare sull'efficienza energetica e sulle energie pulite, rinnovabili: ecco l'esempio migliore, più attuale, di azioni che, al tempo stesso, sono indispensabili per rispondere a una minaccia ambientale incombente - un irreversibile e catastrofico cambiamento del clima globale -, ma anche per favorire uno sviluppo economico più duraturo, più diffuso e tecnologicamente più avanzato. Una straordinaria occasione per l'innovazione e la modernizzazione ecologica del sistema produttivo. Una sfida che l'Europa, già determinante nella costruzione degli accordi di Kyoto, è chiamata ad affrontare, con coerenza, con un ruolo di protagonista per il futuro dell'umanità.

L'ambiente, insomma, ha bisogno di nuove politiche, e, d'altra parte, una nuova politica, che si voglia autenticamente riformista, non può non avere al centro anche l'ambiente. Questo è vero in generale, ma è tanto più vero nel caso dell'Italia dove, sui temi della salvaguardia ambientale, si pongono particolari urgenze. Basti pensare alla lotta contro l'illegalità, l'abusivismo, le ecomafie, alla necessità di tutelare la biodiversità e il territorio, di affrontare il dissesto idrogeologico, la morsa dell'inquinamento e la congestione che attanaglia le nostre belle città. Più ancora, in Italia, la qualità ambientale è uno degli elementi decisivi tanto di quell'insieme di economie dal forte radicamento territoriale e dallo spiccato valore immateriale, quanto della coesione sociale e della stessa identità nazionale.

Un'alleanza tra saperi, ricerca, innovazione, creatività, talenti e risorse del nostro territorio, dal patrimonio storico-culturale ai parchi, dall'agricoltura di qualità al Made in Italy, rappresenta la vera scommessa per il futuro della nostra società e della nostra economia.
Una scommessa che richiede coraggio e che non è possibile affrontare utilizzando solo le idee del secolo scorso o presidiando nicchie marginali di consenso.
Per tutto questo noi guardiamo con attenzione e speranza al processo di costruzione dell'Ulivo-Partito Democratico. Ci sentiamo impegnati perché la cultura ecologista sia tra i profili fondativi e ispiri il concreto agire di questo nuovo progetto che non deve limitarsi ad aggregare solo le culture riformiste del Novecento - conservando la vocazione a pensare lo sviluppo e il futuro come inseparabili dai valori della socialità e della solidarietà - ma che sappia anche immergersi con coraggio nei problemi e nelle dinamiche del nuovo secolo.

Tutti noi auspichiamo che l'Ulivo-Partito Democratico nasca da un percorso aperto e partecipato in grado di coinvolgere, oltre alle forze politiche promotrici, donne e uomini non impegnati nei partiti, associazioni e movimenti, così come è accaduto in occasione delle consultazioni primarie dello scorso anno. Questo nuovo progetto di portata storica va avviato nel segno di un'apertura, non rituale, alle migliori istanze culturali e ideali della società civile, tra le quali vi è certamente l'ambiente come valore, come bisogno, come interesse.
Per questo ci impegneremo, insieme, perché l'ambiente sia anima e nuova frontiera dell' Ulivo- Partito Democratico.
Appello promosso da ecologisti DS e Margherita e da esponenti dell'associazionismo ambientalista e della società civile

Roberto Della Seta,
Francesco Ferrante, Sergio Gentili, Gianni Mattioli, Ermete Realacci, Edo Ronchi, Massimo Scalia, Fabrizio Vigni

4 aprile 2007

Clima e acqua

CLIMA: RAPPORTO ONU, TRA 20 ANNI MLN PERSONE SENZ'ACQUA

(ANSA) - WASHINGTON - Un atteso rapporto Onu lancia l' allarme rosso sui cambiamenti climatici: bisogna agire subito e ridurre l'emissione di gas nocivi se si vogliono evitare conseguenze devastanti per il nostro pianeta. Fra vent'anni vi saranno gia' centinaia di milioni di persone senza acqua. Nel 2050 l'Europa potrebbe perdere tutti i suoi ghiacciai. Nel 2100 meta' delle vegetazione mondiale sara' estinta. L'appello lanciato ai governi di tutto il mondo dall' Intergovernmental Panel on Climate Change, un network che fa capo alle Nazioni Unite, che ha compilato il rapporto con il contributo di circa mille esperti, presenta contenuti inquietanti. Il documento finale verra' presentato ad aprile in Belgio, ma anticipazioni sulla bozza sono gia' trapelate sui media. Tra gli ammonimenti del rapporto: centinaia di milioni di persone rimarranno senza acqua nei prossimi due decenni, mentre epidemie come la malaria si estenderanno anche a zone non tropicali; vaste aree sono a rischio inondazioni a causa dell'innalzarsi del livello dei mari e interi habitat potrebbero essere sconvolti (con l'estinzione di intere specie animali). Tra i piu' a rischio: gli orsi polari entro il 2050 potrebbero essere visti solo dietro le reti degli zoo. Il documento e' perentorio. Una catastrofe ambientale e' alle porte. Mai fino ad ora era stata annunciata in termini cosi' decisi e attribuita con tanta sicurezza ai cambiamenti climatici in corso. La bozza del rapporto dovra' passare il vaglio delle commissioni nazionali ma il messaggio dovrebbe restare lo stesso quando verra' presentato ufficialmente il mese prossimo a Bruxelles, proprio dove l'Unione Europea la scorsa settimana ha stabilito la riduzione sostanziale entro il 2020 delle emissioni di gas dannosi. Le raccomandazioni incluse nel documento si concentrano sulla necessita' di ridurre i gas nocivi per recuperare qualche speranza, perche' quanto osservato fino ad ora ''non e' per niente incoraggiante'', si afferma nel rapporto. E' il secondo di quattro previsti sull'argomento e, rispetto all'analisi condotta dalla stessa commissione solo nel 2001, mostra una situazione gia' peggiorata in tempi rapidissimi. ''Sta succedendo molto velocemente, piu' di quanto ci aspettassimo'', spiega Patricia Romero Lankao, tra gli esperti americani che hanno collaborato alla stesura del rapporto. ''In America, per esempio, abbiamo gia' assistito ad alcune delle conseguenze dei cambiamenti climatici, non ultimi gli uragani. E' un problema che presto riguardera' tutti, anche se a subirne i maggiori danni saranno le zone piu' povere del pianeta''. E se in Africa in meno di vent'anni saranno centinaia di milioni le persone che soffriranno la mancanza di acqua e decine di milioni in America Latina, lo stesso rischio lo correranno almeno un miliardo di asiatici entro il 2050. In tutto il mondo, nel 2080, potrebbero raggiungere i tre miliardi le persone a rischiare la vita per mancanza d'acqua. Devastanti le conseguenze anche per l'Europa i cui ghiacciai potrebbero essere scomparsi gia' nel 2050, mentre fino a meta' della vegetazione potrebbe risultare estinta entro il 2100. ''Viaggiamo davvero sul limite di una estinzione in massa'', Sostiene Terry Root della Stanford University, anche lui co-autore del testo. E non e' escluso inoltre che si sia gia' raggiunto il punto di non ritorno secondo il Panel che, istituito dall'Onu nel 1988, ha il compito di fornire resoconti periodici sullo stato della terra. ''I danni potrebbero essere contenuti, anche se non del tutto evitati'', sottolinea il rapporto, ''solo se entro una generazione il mondo intero riuscira' a ridurre le emissioni nocive stabilizzando la quantita' di gas serra presenti nell'atmosfera''. (ANSA). RP




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23 novembre 2006

Clima lotta contro il tempo

La Conferenza delle parti (Cop 12) sui cambiamenti climatici è terminata, come ci si aspettava, con decisioni interlocutorie che lasciano la porta aperta per il dopo Kyoto rimandando le vere decisioni al 2009, dopo l’insediamento della prossima amministrazione Usa.
La novità degli ultimi mesi è data dal fatto che a lanciare l’allarme sui rischi futuri legati al riscaldamento del pianeta non è più solo la comunità scientifica ma rappresentanti autorevoli del mondo delle istituzioni. Lo afferma a chiare lettere Blair (la più grave sfida che l’umanità dovrà affrontare in questo secolo), lo ribadisce il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan delineando a Nairobi i disastri che colpiranno i paesi in via di sviluppo.
Ma tutto ciò è maledettamente insufficiente. La Cina sta incrementando le proprie emissioni molto più di quanto fosse prevedibile quando si è adottato nel 1997 il Protocollo di Kyoto. Nel 2009 toglierà infatti agli Usa il primato mondiale della produzione di anidride carbonica.  Ma, come gli altri paesi in via di sviluppo, si rifiuta naturalmente di prendere qualsiasi impegno futuro, forte anche della posizione Usa contraria ad impegni vincolanti.
Scenario tutto negativo dunque?  Non proprio. Negli Stati Uniti sono molti i segnali di un possibile cambiamento. Le chiese evangeliche scalpitano perchè ritengono eticamente immorale la posizione di Bush, il passaggio di Congresso e Senato ai democratici mette in difficoltà la posizione della Amministrazione come si evince dalle prime dichiarazioni dei futuri responsabili delle Commisisoni ambiente ed energia. California e Stati del Nord-Est vanno per la loro strada nel definire strategie simil-Kyoto.
Ma soprattutto la cosa interessante è che il mercato ha fiutato l’avvio della inevitabile rivoluzione energetica che ci aspetta nei prossimi decenni. Significativi i dati sulla crescita delle fonti rinnovabili riportati nell’ultimo numero di Newsweek. Un business raddoppiato in soli due anni, da 30 a 63 miliardi di dollari tra il  2004 e il 2006. Un comparto che si avvia diventare, dopo il boom di internet,  il prossimo settore trainante della finanza mondiale.

Gianni Silvestrini 
fonte QualEnergia





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26 aprile 2006

Oggi in Ucraina

SLAVUTYCH, Ucraina (Reuters) - Una lunga fila di persone in lutto che tenevano in mano candele ha celebrato oggi il 20esimo anniversario del disastro nucleare di Chernobyl, rendendo omaggio a coloro che sono morti.
Centinaia di persone, ognuna con in mano una candela e alcuni garofani, hanno sfilato lentamente per le strade di Slavutych, la città costruita per ospitare i lavoratori dell'impianto di Chernobyl dopo l'incidente nucleare più grave della storia, avvenuto il 26 aprile 1986.
All'una e 23 minuti del fuso orario di Mosca -- all'incirca l'orario dell'esplosione e del successivo incendio da cui scaturì un'ondata di radiazioni in tutta Europa -- è stato osservato un minuto di silenzio. Una campana è suonata e sono scattate le sirene dell'allarme. Un uomo di mezz'età, con le lacrime agli occhi, ha scosso la testa in segno di incredulità mentre la fila di persone atteggiate a lutto gli passava accanto.Molto oltre la mezzanotte, a Kiev, 80 km a sud, il presidente Viktor Yushchenko era accanto ad altri esponenti della "chiesa di Chernobyl", dove i sopravvissuti si riuniscono ogni anno, e hanno lasciato un grande mazzo di rose presso un memoriale composto da due lastre di pietra.Il memoriale porta i nomi dei "liquidatori", i pompieri e gli ingegneri che sono morti nel tentativo di spegnere le fiamme o più tardi a causa dell'eccessiva esposizione a radiazioni. L'esplosione del quarto reattore di Chernobyl -- nel corso di un esperimento senza spiegazione -- ha contaminato ampie parti di Ucraina, Bielorussia e Russia.Le autorità sovietiche impiegarono due giorni per informare il mondo e la popolazione del fatto . Subito dopo ci fu una rapida pulizia del posto e fu costruita una protezione attorno al reattore distrutto




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3 marzo 2006

Brevi e confuse note di viaggio

01.03.2006

Belgrado e Pancevo capoluogo del Sud Banato, la regione che apparteneva nei secoli scorsi alla regione autonoma del Banato con capitale Timisoara, regione oggi divisa tra Romania e Serbia, sono le mete di questa missione di lavoro. Un anno dopo ancora in giro per l’Europa dell’Est.
Quando penso ai viaggi che vorrei fare di certo non mi vengono in mente i luoghi che ho visitato per lavoro quest’anno. D’altra parte ci troviamo di fronte a situazioni ambientali disastrose e povere di chi è fuoriuscito dal socialismo reale passando ad una economia capitalistica senza aver fissato delle regole certe per il funzionamento oggettivo della macchina economica e per il mantenimento minimo del welfare state.
Perché Pancevo…è facile dirsi…le Nazioni Unite UNEP Balkan Task Force hanno focalizzato nella regione di Pancevo una delle zone più aggredite dall’inquinamento ambientale industriale (environmentale hot spot) dovuto a industrie, presenza di PCB liberi in lagunaggi provocati dalla guerra, … ci siamo messi pure noi bombardando la raffineria e altri punti strategici della zona sotto il governo D’Alema.

Belgrado, la città e l’aeroporto non sono diverse da altre città europee…crescono molto velocemente, la vita scorre come le persone lunghe le vie più importanti e trafficate della city.
Nuove banche austriache sorgono con le loro architetture di vetro e acciaio…e anche la nostra Intesa…fa la sua piccola filiale.
A Pancevo, oggi vista solo di passaggio, in un piccolo edificio campeggia la targa del nostro Ministero dell’Ambiente. Fa un certo effetto e il pensiero è legato a un bisogno di ricostruire dove abbiamo contribuito a distruggere…
Kovacica è stata la nostra metà… ci accompagna l’autista Serdjan(Sergio) e il funzionario serbo del nostro Ministero Alexandar Arsenovic (un nome da acque velenose). Il paesino di circa 7000 anime è ben curato, potrebbe essere per la struttura urbana un bel quartierino organizzato… il livello delle costruzioni è decente…la neve rende degno ogni paesaggio coprendo le miserie di una terra ancora ferita da pulizie diverse da quelle dell’igiene urbana.
Sul lavoro poco da dire, oggi come domani le mani saranno impastate di rifiuti…alla fine del lavoro manuale ci viene offerta una vodka locale molto ricca… e una bella chiacchierata sulle origini degli abitanti. I tre locali che stanno al tavolo con noi hanno origini diversissime: slovacco , ungherese e serbo…. Qui le contaminazioni ci saranno sempre…Pera fattela una pera che è meglio!!!!

 

02.03.2006

La notte in questi alberghi sono sempre difficili per il caldo e la mancanza di un’aria sufficientemente umidificata.
Sveglia presto e partenza per Kovin per un’altra merceologica. Stavolta a parte i convenevoli con la Direttrice della azienda municipalizzata e il solito te (si pronuncia ciai come in ucraina) il lavoro è avvenuto dentro la discarica.
Ho visto bambini in gruppo che vivono dentro la discarica selezionando la roba e andandola a vendere..come avviene in Africa e in molte altre parti del Sud del Mondo. La giornata è coperta, buia, cade qualche fiocco di neve…il freddo delle due ore all’aperto è stato vinto dall’abnegazione dei lavoratori, da un po’ di vodka (ravica) e dagli occhi di un bimbo di 10-11 anni con una cataratta da brividi… sarebbe un’operazione facilissima da noi ma rischia di perdere l’occhio!
... Nel pomeriggio siamo anche passati all’ufficio del ministero a Pancevo e abbiamo visto i locali impegnatissimi a lavorare per il ministero!
La cosa più terribile di questi giorni è vedere la zona industriale di Pancevo…un mostro di fumi, odori nauseanti, ciminiere che emettono fumi gialli, blu, … qui passeranno anni prima che le condizioni ambientali possano diventare un costo sociale vero…oggi sono solo “esternalità” da tenersi in silenzio.
Passeggiata pre cena lungo la strada principale di Belgrado… l’impressione è di una città un po’ scura, ancora non pienamente in vita. Gru ovunque e la gente che corre a tutte le ore.

 

03.03.2006

Finalmente una giornata piena di sole…la gente esce…si avvicina la primavera. Noi effettuiamo l’ultima merceologica nell’azienda comunale di Pancevo. Tutto molto più organizzato ed efficiente…massima cooperazione.
I dirigenti e i tecnici ci fanno molte domande sulle possibilità della gestione integrata dei rifiuti e mi viene da pensare alle difficoltà italiane e alle diverse esigenze locali. Nelle campagne e nei paesini i rifiuti li raccolgono ogni 15 giorni…Loro possono iniziare a valorizzare i rifiuti bene….noi abbiamo la raccolta differenziata…che è la panacea dell’essere i fighetti occidentali consumisti e cche proseguiamo inesorabili verso la fine dell’impero.




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20 febbraio 2006

Global Warming Kyoto anno I


Ghiacciaio Uppsala in Argentina nel 1928 e oggi


(ANSA) - ROMA, 14 feb - Seicento milioni di tonnellate di anidride carbonica dividono l'Italia dagli obiettivi di Kyoto, 120 milioni di tonnellate l'anno di Co2 per i 5 anni di durata del trattato internazionale salva-clima, 2008-2012. A fare i conti in ''tasca'' al Protocollo, a poche ore dal primo compleanno dell'Accordo, il Kyoto Club al convegno ''Dopodomani Kyoto'', organizzato all'Assolombarda a Milano. ''L'ultimo resoconto sulla situazione italiana rispetto agli impegni di Kyoto riguarda il 2004, anno in cui le emissioni climalteranti hanno raggiunto un livello del 13% superiore rispetto al 1990'', ha detto Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. ''Si tratta di un eccesso di 64 milioni di tonnellate l'anno - ha spiegato - a cui si devono aggiungere 33 milioni necessari per raggiungere l'obiettivo (-6,5%) assegnato all'Italia. Insomma, circa 100 milioni di tonnellate CO2 equivalenti ci separano dal nostro target. Se poi, come e' previsto nello scenario tendenziale, le emissioni nei prossimi anni continuassero a salire - ha proseguito Silvestrini - il pacchetto di riduzione potrebbe aumentare a 120 milioni, in totale 600 milioni di tonnellate nei 5 anni previsti dal Protocollo di Kyoto (2008-12)''. Considerando i programmi gia' avviati, ''si puo' pensare che il contributo nazionale potra' coprire da un terzo a due terzi del nostro deficit'', ha precisato Silvestrini. Sul fronte industria, ''uno studio del Kyoto Club - ha riferito Nicolo' Dubini, amministratore delegato di Pirelli & C. Ambiente - ha analizzato 10 settori (dall'illuminazione ai frigoriferi, dal solare alla mini-cogenerazione) calcolando che i tagli delle emissioni ottenibili al 2015 in uno scenario 'spinto', sono stimati in 30 milioni di tonnellate di Co2 l' anno, 2,5 volte piu' delle riduzioni previste nello scenario tendenziale''. Costando di piu' i prodotti ad elevata efficienza energetica, la loro diffusione implica quindi maggiori entrate e nel periodo 2005-2015, il fatturato per i dieci settori studiati sarebbe pari a 52 miliardi di euro, con un incremento del 65% rispetto alle entrate dello scenario tendenziale. Ma Kyoto e' anche borsa dei fumi, (''la capitalizzazione complessiva del sistema (considerata l'assegnazione complessiva di 6,5 miliardi di quote sul triennio 2005-2007) porta ad un valore potenziale di 162,5 miliardi di euro'', ha detto Michele Villa di Erm Italia) ed Enti Locali. Secondo Beppe Gamba responsabile del progetto Enti locali ed emissions trading del Kyoto Club, ''l'entita' dei gas serra originati dalla gestione di una macchina comunale di medie dimensioni, presenta un ordine di grandezza equivalente alle emissioni di un impianto di produzione energetica di 20 megawatt di potenza''. Rientra quindi nel mercato dei fumi e saranno 8 le amministrazioni test per definire in via sperimentale i target in grado di minimizzare i costi di transazione e di assicurare un'efficace partecipazione degli enti locali al mercato dei certificati.




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5 febbraio 2006

Economia ed ambiente


L’economia classica, incentrata sull’esclusiva logica del profitto, si ritorce contro l’uomo e contro l’ambiente. Come riconciliare allora economia, uomo e ambiente? Alcuni economisti, prestigiosi leader di organismi internazionali e i massimi esponenti mondiali dell’economia ecologica mettono a confronto in questo libro i loro punti di vista.
Gli Autori: Lester Brown, Caleb Fundanga, Jonathan Lash, Serge Latouche, Joan Matinez Allier, Andrea Masullo, Ignazio Musus, Mathis Wackernagel. Designano una strategia per una possibile transizione dell’economia classica, guidata dal capitale finanziario, a un’economia ecologica e sostenibile, incentrata sul capitale umano e sul capitale naturale.Un’affascinante ipotesi di evoluzione dell’umanità, dall’ossessiva e illusoria prospettiva di una crescita illimitata in un mondo limitato a una prospettiva di decrescita che ha l’ambizione e le potenzialità per sanare le disuguaglianze planetarie e portare l’intera umanità verso un futuro di benessere più stabile per tutti
.
Il curatore è Andrea Masullo. Un altro libro di cui l’EMI si sente orgogliosa.


Sono stato abbastanza impegnato in questi giorni...grazie a tutti per le parole espresse nei commenti!  Ieri ho partecipato ad un seminario a Roma su Acqua e Rifiuti organizzato dal Dipartimento Ambiente DS Nazionale...e mi è parso di intravedere uno spiraglio, una fine del tunnel, un traguardo intermedio, ... pian piano stiamo lavorando per un modello di sviluppo nuovo, attento al "capitale naturale" .... sostenibile...
Vi propongo un libro che sto leggendo!
Buona domenica a tutti!




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25 gennaio 2006

Crisi energetica e contributo Enti Locali

La crisi energetica in corso ha visto la diminuzione dell'8,1% delle importazioni di gas dalla Russia, con una quantità di metano non consegnato pari a 6 milioni di metri cubi: l'1,4% cioè dei consumi nazionali. Le previsioni sulla riduzione delle importazioni "sono tendenzialmente in aumento". Secondo l’Eni, colosso energetico italiano – le riserve strategiche di gas verranno intaccate verso la meta' di febbraio, molto in anticipo rispetto a quanto e' avvenuto lo scorso anno. In questa situazione, il Governo italiano si muove verso un decreto che consentirà di bruciare olio combustibile anziché metano per produrre energia, in deroga alle leggi ambientali esistenti. “Questa scelta comporterà ulteriori sforamenti dei limiti imposti da Kyoto e, di conseguenza, anche multe salate per il nostro Paese” commenta Francesco Ferrante, direttore generale di Legambiente secondo cui la pagheremmo tanto in termini economici quanto dal punto di vista ambientale in quanto l’olio è un combustibile che produce emissioni nettamente superiori al gas. "Basterebbe ridurre le esportazioni di energia elettrica" in quanto solo un terzo del metano viene utilizzato per produrre energia mentre il resto è destinato a usi industriali e per il riscaldamento.
“Se i decreti sull’efficienza energetica del 2001 rivolti ai distributori elettrici e del gas fossero partiti come previsto l’anno successivo invece di subire un ritardo di tre anni, attualmente avremmo un risparmio di oltre 1 miliardo di mc/anno di gas, pari al 4% delle importazioni dalla Russia”. Questo è il commento di Gianni Silvestrini direttore scientifico del Kyoto Club e di Qualenergia. Ma cosa si può fare nei prossimi anni per aumentare l’efficienza energetica degli usi finali? Limitandosi al settore civile, secondo Silvestrini se i nuovi edifici venissero realizzati secondo le norme contenute nei nuovi regolamenti edilizi già adottati da un certo numero di comuni lombardi avremmo annualmente un risparmio di oltre 100 milioni di metri cubi di gas, valore che si cumulerebbe anno dopo anno. Se inoltre le caldaie a gas che vengono annualmente installate (oltre un milione) invece di esser di basso rendimento energetico, fossero a 3 o 4 stelle (alta efficienza), si avrebbe un risparmio aggiuntivo di oltre 200 milioni mc di gas all’anno. A questi andrebbero aggiunti i risparmi sarebbe legati alla riqualificazione degli involucri degli edifici, termicamente molto scadenti in Italia.
Intanto gli amministratori scendono in campo e rilanciano il risparmio energetico. Dopo la spiritosa comparsa col maglione in ufficio del governatore della Lombardia Formigoni, sembra che si faccia sul serio. Ieri sono partiti i controlli congiunti dell’Arpa (Regione) e del Comune: il primo a finire nel libro nero degli inquinatori è stato proprio il Comune. Multa scongiurata, per adesso. Una semplice diffida e l’obbligo di rientrare nei limiti perché negli uffici del terzo piano (dove ha sede l’Arredo urbano e il corpo dei vigili ambientali) la temperatura è superiore ai ventidue gradi (26°). Se l’accertamento successivo non dovesse dare i frutti sperati, sarà l’Aem (gestore dell’impianto) a doversi fare carico della multa. Che va da 516 a 2.582 euro. Per impegnarsi nel risparmio energetico segnaliamo un’interessante opportunità per gli Enti Locali: il Kyoto Club, con il supporto finanziario del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, lancia il progetto finalizzato a risparmiare energia, ridurre le emissioni di anidride carbonica e sperimentare il funzionamento di meccanismi di scambio di quote di emissione tra Enti Locali.
Altro interessante progetto da segnalare è l’accordo volontario sul risparmio energetico del Comune di Modena. Il progetto mira a ridurre il consumo di energia (e le spese) nelle scuole e promuovere negli studenti una più alta coscienza ed impegno nell'uso dell'energia sia nella scuola che nella vita di tutti i giorni attraverso un meccanismo di ripartizione tra la scuola ed il Comune dei risparmi conseguiti al fine di rendere disponibili risorse economiche per insegnati, studenti ed amministratori scolastici. Il patto volontario prevede che la definizione per ogni scuola dei relativi Standard Energetici al fine di disporre di un valore di riferimento da confrontare con l'effettivo consumo dell'anno al netto delle fluttuazioni di temperature stagionali. Questi consumi saranno quindi verificati annualmente e monetizzati attraverso le tariffe di fornitura valutate ad una data fissa: ogni risparmio registrato sarà suddiviso in due parti destinate una alla scuola, per l'acquisto di materiale didattico, ed una al Comune. E' importante sottolineare che la scuola potrà istituire una specie di vincolo sulle modalità di utilizzo di quest'ultima somma al fine di facilitare gli studenti coinvolti a "agire localmente ma pensare globalmente".
fonte Unimondo-kyoto Club


1 kWh di energia risparmiato
ha costi nettamente inferiori di 1 kWh prodotto




permalink | inviato da il 25/1/2006 alle 0:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa

15 dicembre 2005

Clinton e Kyoto

Non si tratta della nuova avventura extraconiugale con una geisha di Bill Clinton...


KYOTO CLUB
Comunicato stampa
Il colpo di scena che ha sbloccato a Montreal la prosecuzione dopo il 2012 dell’impegno internazionale sul cambiamento del clima è il risultato di diverse pressioni.
Katrina ha sicuramente avuto un profondo effetto nell’immaginario collettivo  americano. La sequenza record di tempeste tropicali (fino a Epsilon) ha segnalato la preoccupante accelerazione degli eventi estremi.
I Sindaci, gli Stati, i membri del Congresso e del Senato, che hanno autonomamente assunto posizioni e decisioni di intervento sulle emissioni, hanno minato la credibilità istituzionale di Bush. Un certo malessere serpeggia anche a livello di imprese.
Multinazionali con aziende localizzate in Paesi che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto devono fare i conti con politiche di riduzione; comparti industriali legati alla produzione elettrica avanzata, all’efficienza energetica, alle rinnovabili, vedono ampie possibilità di business. La Pew Foundation (associazione analoga al Kyoto Club) svolge un importante lavoro di collegamento, approfondimento e sollecitazione istituzionale. Settori delle Chiese, incluse alcune legate ai Neo Conservatori, ritengono immorali le posizioni rinunciatarie di Bush. Un ruolo basilare per tenere alta l’attenzione su questa tematica è stato svolto dal movimento ambientalista statunitense.
Per finire, due persone hanno contribuito a sbloccare la situazione. Blair, che ha svolto un silenzioso “lavoro ai fianchi” del Presidente americano, e l’imprevedibile Clinton, non presente a Kyoto, che ha caricato l’assemblea dei delegati spiazzando la delegazione americana con l’affermazione «Io amo Kyoto» e smontando le tesi dell’attuale Presidente.
L’impatto di questa porta, rimasta aperta nella ricerca di nuovi obiettivi al 2017-2020, è enorme. Per esempio, le aziende coinvolte nello schema europeo sull’Emissions Trading cominciano a capire che l’orizzonte del loro impegno si dovrà estendere molto oltre il 2012. Scelte che riguardano diverse tipologie di centrali (cicli combinati o carbone) verranno ponderate con più attenzione. Le rinnovabili assumeranno un peso molto maggiore. Obiettivi di efficienza energetica al 2015-2020 per le case automobilistiche potranno essere definiti con maggiore forza. Valori più rigorosi di isolamento termico degli edifici dovranno essere introdotti. E così via.

Gianni Silvestrini – Direttore scientifico




permalink | inviato da il 15/12/2005 alle 23:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa

9 dicembre 2005

Kyoto: punto di vista

A Montreal...tra piogge, alluvioni, Katrina, rifiuti,
nucleare, ponti per unire stretti, NOSI Tav, mobilità,
tanto caldo tanto freddo,
....siamo proprio....




permalink | inviato da il 9/12/2005 alle 14:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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gennaio