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 Lorenzo...mio nipote...befanino 2005 1 anno
“I cercatori di comunione con Dio e con gli uomini sono immessi subito in questa tensione: lotta e contemplazione. Due atteggiamenti che sembravano un tempo opposti e rivali E che oggi si rivelano al cuore l’uno dell’altro. Lotta, in noi stessi, per liberarci da tutte le prigioni interiori e dal bisogno di imprigionare gli altri, e lotta con l’uomo povero perché la sua voce possa farsi sentire e siano spezzate le oppressioni. Contemplazione, per lasciare che a poco a poco si trasformi il nostro sguardo fino a posare sugli uomini e sull’universo lo sguardo del Cristo stesso” (frère Roger)
 (frerè Roger)
ALL'AMORE...
Farò della mia anima uno scrigno per la tua anima, del mio cuore una dimora per la tua bellezza, del mio petto un sepolcro per le tue pene. Ti amerò come le praterie amano la primavera, e vivrò in te la vita di un fiore sotto i raggi del sole. Canterò il tuo nome come la valle canta l'eco delle campane; ascolterò il linguaggio della tua anima come la spiaggia ascolta la storia delle onde.
 Questo blog è contro la guerra senza se e senza ma! =============================
Amare, non significa convertire, ma per prima cosa ascoltare, scoprire questo uomo, questa donna, che appartengano a una civiltà e ad una religione diversa. L'amore consiste non nel sentire che si ama, ma nel voler amare; quando si vuol amare, si ama; quando si vuol amare sopra ogni cosa, si ama sopra ogni cosa"
(Charles de Foucauld)
 "...state molto attenti a far piangere una DONNA, che poi Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell'uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale..... un po' più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere AMATA
Cosa succede in città...
Dopo le elezioni... solo spartizioni... nessuno parla...
Il PD...sta nascendo... a Latina...nessun fermento!
"Per alcuni le parole sono strumenti per rappresentare cose, per comunicare pensieri e sensazioni. Per altri sono strumenti autoreferenziali che servono ad alimentare altre parole." (detta da un politico di Latina)
Avvenimenti a Latina...
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°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°° Invito alla lettura
Sto leggendo:
I pilastri della terra
Manituana di Wu Ming
Gomorra
Consigli per la lettura:
Sobrietà di Francesco Gesualdi (profetico)
Q di Luther Blissett (storicamente rilevante)
Ad occhi chiusi Ragionevoli dubbi Testimone Inconsapevole di Gianrico Carofiglio
Cinema
Ho visto di recente al Cinema: Recensioni doc su www.schermaglie.it
L'amore ai tempi del colera
In questo mondo libero
Ratatouille
Leoni ed Agnelli
Invito all'informazione
Altreconomia l'informazione per agire www.altreconomia.it

Nigrizia Il mensile dell'Africa e del mondo nero Unimondo Internet per i diritti umani e lo sviluppo sostenibile Sito italiano di OneWorld.net
 Se te vedesse Caravaggio te metterebbe ar posto de la Madonna! (Freddo)....(da Romanzo Criminale)
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 Una donna indiana...
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 Scarlett Johansson
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Auguri per un nuovo anno dal capo gruppo!!!
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12 marzo 2010
Il fondamento della democrazia e della libertà
di FULVIA BANDOLI: Mio nonno era un comunista con qualche venatura
anarchica, una persona che ho amato moltissimo e dal quale ho imparato
a vivere. Il giorno delle elezioni si alzava prima, si vestiva elegante
( come si poteva essere eleganti in una famiglia di braccianti
romagnoli), si metteva il nastro nero (quello che gli anarchici
portavano al posto della cravatta) e si buttava sulle spalle la pesante
mantella di panno se era inverno. Diceva che voleva essere il primo a
votare, che poi non si sa mai cosa può succedere nella vita. Mio nonno
non avrebbe mai fatto tardi al voto in tutta la sua vita.
Nell’anno delle prime elezioni libere in Sud africa ( l’anno dopo la
liberazione di Nelson Mandela) ho avuto il privilegio di fare
l’osservatrice dell’Onu e di partecipare a quel grande evento che durò
più di una settimana, con milioni di persone che votarono per la prima
volta e che per farlo fecero file interminabili.
In un villaggio sperduto una vecchia contadina arrivò a piedi al seggio
la sera prima ( veniva da parecchio lontano) con un cesto sulla testa
con le cose che le potevano servire per la notte e qualcosa da
mangiare. La mattina si mise in fila e finalmente dopo sette ore riuscì
a votare. Io ebbi l’onore di accompagnarla dentro la cabina perchè era
analfabeta e noi osservatori in modo imparziale dovevamo spiegare le
modalità di voto. Le chiesi se sapeva per chi votare e lei mi disse che
lo sapeva. Le chiesi di dirmi il nome e di indicarmi sulla scheda la
foto ( c’erano le foto dei candidati presidenti proprio per chi non
sapeva leggere) e lei sussurando mi disse il nome di Mandela e lo
indicò sulla scheda. Io a quel punto, essendo chiara la volontà
dell’elettrice, votai per lei con una croce sul simbolo vicino alla
foto. Il più bel voto che ho dato nella mia vita. Poi le consegnai la
scheda piegata e lei, con una fierezza che non so descrivere e le
lacrime agli occhi, depositò il suo voto nell’urna. Poi uscimmo.
Siccome era tra le più anziane donne ad aver votato e in tanti
l’avevano vista arrrivare, bivaccare la notte e fare quella lunga fila,
una televisione americana la volle intervistare. Le chiesero come mai
avesse fatto un viaggio così lungo e tante ore di fila così anziana
com’era…e lei semplicemente rispose ” sono settant’anni che aspetto di votare, cosa volete che siano un giorno di cammino e sette ore di fila al confronto?”.
E’ da ieri che mi frullano in testa questi due episodi. Se quelli del
Popolo delle Libertà conoscessero i principi che animavano mio nonno o
quella vecchia contadina non sarebbero arrivati tardi a consegnare le
liste e non avrebbbero mai pasticciato con firme non vere.
Bandoli
voto
| inviato da lottaecontemplazione il 12/3/2010 alle 19:53 | |
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1 febbraio 2010
Elezioni Regionale... scende in campo il Card. Sottile
35411. ROMA-ADISTA. “Non c’entra nulla la politica, è stata una visita personale”: così il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi subito dopo l’incontro con il card. Camillo Ruini,
l’ex presidente della Cei che vanta ancora un grande ascendente sul
mondo politico. Berlusconi - che è stato ricevuto lo scorso 20 gennaio
al Seminario romano minore, dove risiede il “cardinal sottile” - era
accompagnato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, “gentiluomo di Sua Santità” e grande tessitore dei rapporti fra centrodestra e gerarchia cattolica.
L’incontro è stato definito “privato”, ma il fatto che sia avvenuto
poche ore prima dell’ufficio di presidenza del Pdl dedicato al nodo Udc
(dopo le voci che si erano susseguite sulla possibile rottura
dell’accordo fra il partito di Casini e la candidata del centrodestra nel Lazio Renata Polverini)
genera più di un sospetto. Soprattutto considerando che la partita del
Lazio riveste per il cardinale un’importanza strategica fondamentale, a
maggior ragione dopo la discesa in campo di Emma Bonino per la coalizione di centrosinistra.
In gioco non ci sono soltanto i tanto sbandierati “valori cattolici”
messi a repentaglio dalla possibile vittoria della “paladina degli
abortisti italiani”, come la stampa di destra ama definire la Bonino.
La presidenza della Regione gestisce infatti ingenti risorse sulle
quali è massima l’attenzione del mondo cattolico, il cui “indotto
economico” ha numerosi interessi nel campo sanitario e scolastico che
potrebbero risultare lesi.
La questione della “roba”, del resto, non era affatto estranea ai poderosi attacchi che la stampa del gruppo Angelucci – holding della sanità privata con strutture accreditate presso il Ssn per migliaia di posti letto ed editore di Libero e del Riformista – ha rivolto alla giunta Marrazzo
dopo il piano di rientro della spesa sanitaria che è costato circa 30
milioni di euro alla Tonivest, azienda attiva soprattutto nel settore
sanitario, con rilevanti interessi nella Regione Lazio e facente capo
anch’essa alla famiglia Angelucci. Lo stesso copione
- una campagna d’attacco violentissima, questa volta a carattere
“preventivo” - si è ripetuto con la Bonino, “l’abortista fai da te che
vuole fare il presidente”, alla cui “vera storia” il quotidiano Libero diretto da Maurizio Belpietro ha dedicato intere paginate, con tanto di foto mentre l’allora giovane militante radicale “pratica un aborto clandestino”.
Dopo l’incontro fra Berlusconi e Ruini, i dissidi fra Pdl e Udc nel
Lazio sono rientrati, tanto che lo scorso 24 gennaio Pier Ferdinado
Casini ha voluto incontrare pubblicante Renata Polverini per “porre
fine alle polemiche di questi giorni” e certificare ufficialmente il
leale appoggio del suo partito alla candidata del centrodestra.
La linea pro-Polverini – e, soprattutto, anti-Bonino – ha trovato una sponda importante anche nel quotidiano della Cei Avvenire, che lo scorso 20 gennaio ha pubblicato un editoriale a firma di Domenico Delle Foglie
dai toni durissimi nei confronti della candidata radicale, la cui
scelta viene definita “uno schiaffo alla comunità cristiana”.
“Purtroppo”, ha scritto l’editorialista di Avvenire, “tutti i
giri di parole e i minuetti della politica, in questo caso, sono
azzerati dalla nuda realtà: l’alfiere dell’aborto e dell’eutanasia
oltre che della liberalizzazione delle droghe e della fecondazione
artificiale, una testimone di militante inimicizia nei confronti
della visione cristiana dell’uomo e del mondo, dovrebbe rappresentare
gli interessi di tutti i cittadini laziali, credenti compresi. Chi può
credere, in buona fede, a una simile bufala che contraddice ormai
quarant’anni di 'battaglie' contro la cultura della vita e a favore
del disordine sessuale in ogni sua manifestazione? Per non parlare del
pregiudizio antireligioso e anticattolico, sbandierato senza remora
alcuna, in tutte le sedi istituzionali”. “È vero”, ha aggiunto Delle
Foglie, “che vari esponenti del cattolicesimo democratico,
disciplinatamente schierati nel Pd, hanno già digerito la candidatura e
ritengono che altrettanto farà l’elettorato. Ma forse costoro hanno
sottovalutato la forza dello schiaffo dato alle comunità cristiane e ai
singoli credenti, non hanno calcolato le potenziali conseguenze della
loro arrendevolezza sul piano legislativo regionale e infine si sono
illusi di poter dettare agenda e comportamenti a Emma Bonino. Non
riconoscendone il profilo indiscutibile di fiera e cocciuta lobbista
del laicismo. Davvero un brutto pasticcio politico. Anzi,
bruttissimo”.
Farinella contro Ruini
Dopo l’incontro fra il card. Ruini e Silvio Berlusconi, don Paolo Farinella
ha scritto una “lettera aperta” all’ex presidente della Cei: “Ricevendo
Berlusconi”, ha scritto il prete genovese, “e per giunta come ospite in
intimità conviviale a casa sua, senza dire una parola su ciò che è
avvenuto in questo anno (per non parlare degli ultimi 15 anni), lei ha
avallato lo scardinamento costituzionale, istituzionale e lo sfacelo
etico di cui l’ospite è stato e continua ad essere protagonista
responsabile. Quel giorno per buon peso, Berlusconi era reduce fresco
fresco da un attacco micidiale alla Magistratura con parole omicide:
‘Il tribunale è un plotone di esecuzione’. Lei ha così avallato e
approvato il suo comportamento immorale e indecoroso, benedicendo
l’inverecondia e assolvendo l’insolvibile, diventandone complice ‘in
solido’, perché come insegna il diritto, che la saggezza popolare
traduce pittorescamente, ‘è tanto ladro chi ruba quanto chi para il
sacco’”.
Ma don Farinella non tralascia nemmeno la questione relativa alla
corsa per la presidenza della RegioneLazio: “La paura fa novanta,
signor cardinale, e lei da ‘vero animale politico’ ha fiutato che la
‘Emmaccia’ potrebbe farcela agevolmente e se arriva, potrebbe mettere
ordine nella sanità e nella scuola laziale, due feudi della malavita
‘cattolica’ laziale. Horribili dictu! Pur di contrastare, con
ogni mezzo la sua candidatura, lecita e rispettabile in una democrazia
compiuta, lei preferisce la deriva morale, lo sconquasso della
Costituzione, la distruzione della Democrazia, l’annientamento dello
Stato, alleandosi con un potente degenere che ha portato la corruzione
e il malaffare al rango della politica e della presidenza del
consiglio”. “Lei”, aggiunge ancora don Farinella sempre rivolgendosi a
Ruini, “non ha autorità per intervenire in questioni che il Codice
vieta ai preti come le alleanze partitiche, le elezioni, le candidature
perché è una manomissione della democrazia del Paese Italia, vincolante
anche in forza di un concordato che pone paletti alle interferenze e
offre garanzie e lauti sussidi. Su queste materie poi lei né la Cei, né
tantomeno il Vaticano, Stato estero, potete parlare in nome del mondo
cattolico. Lei sa bene che sono questi comportamenti che allontano
ancora di più i non credenti, mentre i credenti si avvicinano a passo
svelto all’uscio d’uscita della Chiesa”. (e. c.)
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18 ottobre 2009
Biglietto di sola andata
| inviato da lottaecontemplazione il 18/10/2009 alle 12:36 | |
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1 settembre 2009
Nucleare, divulgazione scientifica ed emotività: un’analisi
articolo di Sergio Zabot
Parlando
a Milano, durante il primo appuntamento dei “Dialoghi sull’energia”,
organizzati da A2A alla Casa dell’energia, Chicco Testa ha lamentato la carenza
di professionisti dell’informazione sui temi energetici, con particolare
riguardo al nucleare, cosa che ostacola i dibattiti pubblici razionali e
generalizzati. Fin qui nulla di strano; la tesi è condivisibile e si può
discuterne. Ma poi Testa si è spinto oltre e ha enfatizzato la necessità di far
leva su una emotività favorevole al nucleare che sfrutti le paure dei
cambiamenti climatici e della sicurezza degli approvvigionamenti energetici.
Come chiedere ai giornalisti di ingannare i lettori perché il fine giustifica i
mezzi…
Agli
ambientalisti Testa imputa la contraddizione di opporsi a una fonte di energia
elettrica in grandi quantità che non genera CO2, e al mondo politico
e al pubblico in genere, invece, la contraddizione di vincolare la
sopravvivenza del sistema produttivo e dello stile di vita italiano a
personaggi inaffidabili come il leader libico Gheddafi e a situazioni non
controllabili direttamente come il rapporto Russia-Ucraina.
Ebbene,
il nostro umanista hegeliano ignora, o meglio nasconde il fatto che per produrre
le 40 tonnellate l’anno di uranio che servono per alimentare un reattore Epr da
1.600 megawatt, come quelli che si vorrebbero costruire in Italia, occorre
partire da qualcosa come 8 milioni di tonnellate di roccia, equivalenti alla
piramide di Cheope, che vanno prima estratte, macinate, poi diluite con 1,4
milioni di metri cubi di acqua e 22mila tonnellate di acido solforico, per
ottenere alla fine 350 tonnellate di yellowcake, un ossido che contiene lo 0,7%
di uranio fissile, più l’equivalente, appunto, di una piramide di Cheope
all’anno di scarti.
Poi
quest’uranio va arricchito per incrementare la parte fissile, cioè l’uranio
235, almeno al 3,5%. L’arricchimento avviene per centrifugazione trasformando
l’uranio in gas, l’esafluoruro di uranio. Per fare questo servono 370
tonnellate di fluoro, gas molto leggero, altamente volatile e che alla fine del
processo è altamente radioattivo, impossibile da smaltire e che comporta una
gestione molto onerosa.
Finalmente
si ottengono 40 tonnellate di uranio combustibile in forma di biossido di
uranio, oltre che 250 tonnellate di uranio impoverito, che poi tanto povero non
è, dato che contiene ancora lo 0,3% di uranio fissile, quindi radioattivo.
In
conclusione, per far funzionare un reattore Epr per un anno si consuma energia
pari a 190mila tonnellate di petrolio con l’immissione in atmosfera di 670mila
tonnellate di CO2.
Poca
cosa, dato che ciò corrisponde a soli 56grammi di CO2 per ogni
chilowattora che verrà prodotto. Se però consideriamo che la costruzione della
centrale è responsabile dell’emissione di altri 12grammi di CO2 al chilowattora e che la gestione delle
scorie comporta un “debito” stimato tra i 30 e i 65grammi di CO2 per
chilowattora, arriviamo a una cifra che oscilla tra i 96 e i 134grammi di CO2
per ogni chilowattora che sarà prodotto dalla centrale atomica, circa un terzo
delle emissioni di un ciclo combinato a gas.
Ma
la pacchia dura fino a che dura la disponibilità di minerale con concentrazioni
di uranio piuttosto elevate. Man mano che la purezza del minerale di uranio
diminuirà, ci vorrà più energia fossile per estrarre l’uranio e le emissioni di
CO2 arriveranno inevitabilmente a eguagliare le emissioni di una
centrale a gas.
Per
quanto riguarda la paure della sicurezza dell’approvvigionamento energetico,
questa è una delle più forti pressioni ideologiche e mediatiche operate per
convincere gli italiani della necessità dell’energia nucleare: il petrolio
proviene in prevalenza dai paesi arabi, il gas dalla Russia di Putin e dalla
Libia di Gheddafi, tutti paesi politicamente inaffidabili, per non parlare del
Venezuela di Chavez e della Bolivia di Morales che nazionalizzano le industrie
del petrolio e del gas.
Ebbene,
pochi sanno che su un fabbisogno mondiale annuo di circa 70mila tonnellate di
uranio, solo 20mila tonnellate, pari al 28%, provengono da paesi cosiddetti
“stabili”, quali Australia, Canada, Usa. Altre 20mila tonnellate arrivano da
Kazakhstan, Russia, Niger, Namibia e Uzbekistan, Paesi non particolarmente
“stabili”. Infine, 30mila tonnellate necessarie a equilibrare il fabbisogno dei
reattori nucleari provengono dagli arsenali militari russi in smantellamento.
Ora, caro Chicco, perché Putin dovrebbe essere inaffidabile quando ci vende il
gas e diventare affidabile quando ci fornisce l’Uranio?
Un
altro cavallo di battaglia dei fautori del nucleare, è che in Francia l’energia
elettrica costa meno perché ha il nucleare. Di fatto le condizioni che hanno
portato la Francia
a diventare una potenza nucleare sono frutto dell’azione politica del generale
De Gaulle per creare, in piena guerra fredda, un polo nucleare europeo a guida
francese.
Il
nucleare civile francese è nato in simbiosi con il nucleare militare, per
ripartire gli enormi costi per produrre l’uranio e soprattutto per arricchirlo
al cosiddetto “weapon grade”. Lo sforzo civile e militare francese è stato
imponente e la maggior parte dei costi, dalla ricerca e sviluppo fino al
trattamento del combustibile esausto non sono mai entrati nel costo dei
chilowattora che i cittadini pagano in tariffa, ma sono nascosti nelle tasse
che pure i francesi pagano. Non dimentichiamo che EdF, la società elettrica che
gestisce le centrali nucleari è statale e che anche gli arsenali militari e gli
impianti di arricchimento e di ritrattamento dell’uranio sono statali.
L’esperienza
francese è irripetibile, soprattutto in un mercato liberalizzato dove i costi
devono essere trasparenti e le attività industriali devono competere sul
mercato. D’altra parte basta leggersi i rapporti della Corte dei Conti francese
per rendersi conto delle gravi omissioni e dell’assoluta mancanza di
trasparenza riscontrata nel settore nucleare e in particolare nel
“decommissioning”, stigmatizzati regolarmente dai giudici francesi nei loro
rapporti.
In
un articolo pubblicato sul Quotidiano Energia il 4 giugno, Pippo Ranci, ex
presidente dell’Autorità dell’energia, sostiene che la Francia mantiene tariffe
amministrate per tutti i piccoli utenti, domestici e commerciali; che tali
tariffe sono basse in modo da costituire una potente barriera contro l’entrata
di concorrenti e che sono economicamente sostenibili finché EdF può utilizzare
in esclusiva l’energia prodotta dalle vecchie centrali nucleari già
ammortizzate e per le quali si ritiene vi sia stato un implicito sussidio
statale almeno per quanto riguarda i costi di ricerca, sviluppo e
ingegnerizzazione. E io aggiungerei anche per il ritrattamento del combustibile
esausto che rientra nelle competenze dei militari e per il decommissioning,
dato che EdF, stando a quanto denuncia la Corte dei Conti, non accantona le somme che
dovrebbe.
Ora
è innegabile che il successo referendario del 1987 sia stato determinato
dall’emotività indotta della catastrofe di Cernobyl. Ma l’uscita dell’Italia
dal nucleare non è stata determinata solo dall’emotività, ma anche da precisi
calcoli politici ancorché ideologici.
Vale
la pena di ricordare infatti che i quesiti referendari chiave erano diretti ad
abolire le norme sulla localizzazione delle centrali nucleari e i contributi a
Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari, cosa che avrebbe reso impossibile
trovare un Comune disposto a ospitare sul suo territorio un impianto nucleare o
anche un deposito di scorie radioattive.
E’
anche il caso di ricordare, come a quell’epoca la Dc e il Pci fossero decisamente contrari ai
quesiti proposti dal Partito Radicale, dal Partito Liberale e dal Partito
Socialista. La prima strategia adottata dal Governo di allora contro i
referendum fu quella dello scioglimento anticipato delle camere per lo stallo
che si era prodotto nei rapporti tra Dc e Psi: protagonista fu Ciriaco De Mita,
che decise le elezioni anticipate per rompere la convergenza di quei mesi tra i
partiti laici e in particolare tra Craxi e Pannella.
Dopo
le elezioni anticipate, di fronte all’appuntamento referendario, Dc e Pci,
inizialmente ostili ai quesiti, si schierarono a favore del «sì». Questo
repentino cambio di rotta dei due maggiori partiti derivava dalle implicazioni
politiche che poteva provocare una eventuale sconfitta dello schieramento del
«no» imperniato sull’asse Dc e Pci, in contrapposizione ad uno schieramento
laico-progressista formato da Radicali e Socialisti.
La
rilettura di quel periodo dimostra che il risultato del referendum del 1987,
oltre ad essere stato frutto dell’emotività fu soprattutto figlio
dell’ideologia. E’ corretto quindi affermare che quella scelta fu emotiva e
ideologica.
Quello
che è meno evidente è come già ora il rientro dell’Italia nel nucleare sia
dovuto a un’altrettanta ondata emotiva ancorché ideologica, sapientemente pilotata
da un Governo che mistifica i fatti e stimola le paure più ancestrali dei
cittadini.
Ora,
rispetto il 1987, la situazione si è ribaltata: gli emotivi di allora, ancorché
mossi da una forte preoccupazione per le possibili conseguenze sanitarie e
ambientali del fallout radioattivo, contestano il ritorno al nucleare su basi
razionali e i sostenitori del nucleare implorano ora tale ritorno su basi
emotive e ideologiche, quali la paura dell’aumento del costo del petrolio,
l’inaffidabilità dei paesi produttori di gas naturale, la fatalità di uno
sviluppo che ci porterà ad un consumo sempre maggiore di energia,
l’inevitabilità che per salvaguardare il nostro pianeta e ridurre le emissioni
di gas serra, si debba scegliere il male minore. Forse Chicco Testa non si è
accorto che il suo sogno è già realtà e pretende ora che i “professionisti
dell’informazione” assecondino le sue menzogne facendo leva sull’emotività
favorevole della gente. Ne conosciamo un altro che ha deliri analoghi… ma
questa è un’altra storia.
La
verità è che l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili sono in forte
competizione con il nucleare e i sostenitori del nucleare mentono
spudoratamente quando affermano che non c’è concorrenza tra nucleare ed
efficienza energetica. Questa divergenza è destinata ad aumentare per due
ordini di motivi.
In
primo luogo, tutte le tecnologie dell’energia distribuita, comprese le
tecnologie del risparmio energetico sono destinate inesorabilmente a diventare
sempre meno care per via dei grandi volumi di produzione e dei miglioramenti
continui che consentono di sfornare sempre più nuovi prodotti “più risparmiosi”
dei precedenti. Questo non succede per gli impianti centralizzati e soprattutto
per gli impianti nucleari che storicamente tendono a costare sempre di più, in
contrasto con le cosiddette “curve di apprendimento delle tecnologie”. D’altra
parte dalla progettazione di un componente nucleare fino alla sua realizzazione
passano talmente tanti anni che, anche quando si inventano nuovi prodotti e
nuove tecnologie, non è possibile utilizzarli immediatamente e bisogna
aspettare che entri in produzione una nuova filiera.
In
second’ordine, il mercato sta cominciando a riconoscere i benefici ottenibili
con le tecnologie distribuite, sia in termini di profitti, sia per l’elevata
ricaduta che questo comporta sui livelli occupazionali a livello locale. Il
risparmio energetico, la produzione distribuita di elettricità e le fonti
rinnovabili in particolare, cominciano a mostrare il loro potere dirompente per
sfondare barriere che fino a poco fa sembravano impenetrabili, riducendo
drasticamente i costi e migliorando le prestazioni. Solo in impianti di
cogenerazione, in Italia si stanno installando centinaia di impianti all’anno
per una potenza di 4mila megawatt l’anno. Stanno peraltro emergendo nuove
classi di tecnologie, alcune ancora immature come il solare termodinamico o le
celle a combustibile alimentate a Idrogeno, che sono destinate a rivoluzionare
il mercato dei trasporti.
Le
previsioni di Terna sull’evoluzione della domanda elettrica in Italia,
aggiornate nel novembre 2008, indicano, secondo uno scenario cosiddetto “di
sviluppo”, ovvero senza l’attuazione degli obiettivi di risparmio energetico,
in 415 miliardi di chilowattora il fabbisogno di elettricità e in 74mila
megawatt il fabbisogno di potenza al 2018.
Ora,
senza entrare nel dettaglio di quanto inciderà il tracollo economico in atto
sui consumi finali e spostando in prima approssimazione al 2020 il fabbisogno
indicato da Terna al 2018, gli obiettivi del “pacchetto 20-20-20” comportano che al 2020 ci
sia una riduzione di consumi finali di circa 80 miliardi di chilowattora e che
altri 70 miliardi di chilowattora vengano prodotti con fonti rinnovabili. Il
fabbisogno integrativo con fonti convenzionali, si riduce così a 265 miliardi
di chilowattora di energia elettrica e poco meno di 60mila megawatt di potenza
termoelettrica convenzionale, inferiore del 30% al fabbisogno elettrico del
2009 (350 miliardi di chilowattora) e del 22% inferiore alla potenza
termoelettrica lorda installata attualmente (73,3mila megawatt).
A
questo punto qualcuno ci deve spiegare dove è lo spazio per costruire 4-5
centrali nucleari che dovrebbero produrre 60 miliardi di chilowattora di
elettricità all’anno, come chiede Fulvio Conti, amministratore delegato
dell’Enel, quando già al 2020, attuando il “pacchetto 20-20-20” rischiamo un surplus che
oscilla tra il 20% e il 30%.
Quello
che preoccupa è che il nostro Governo, invece di rafforzare decisamente il
sostegno all’efficienza energetica e alle fonti rinnovabili, stia stipulando
patti faustiani con le lobby industriali e finanziarie, promettendo contratti
miliardari per realizzare una filiera nucleare, estremamente rischiosa e
costosa, garantita dallo Stato, quindi con i soldi dei contribuenti.
Di
fatto il Governo rallenta lo sviluppo
delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, le vere alternative
pulite, per far spazio agli interessi delle lobby nucleari e questi
fondi verranno sottratti al dispiegamento di uno sviluppo duraturo e
distribuito sul territorio, che solo l’efficienza energetica e le vere fonti
rinnovabili possono produrre.
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4 agosto 2009
La Pecorella smarrita
Dopo l'appello di Roberto Saviano "L'Italia difenda la sua memoria" Lettera ai genitori del sacerdote dal presidente Pdl della commissione ecomafie
Don Diana, le scuse di Pecorella "Non volevo offendere il prete anticamorra"
ROMA -
"Se sono stato causa di amarezza o ritenete che abbia offeso la memoria
di vostro figlio vi chiedo scusa. Ma le mie parole sono state
travisate. Mai ho detto che vostro figlio non è stato ucciso dalla
camorra né che della camorra non è stato vittima. Ho detto esattamente
il contrario". Chi scrive ai genitori di don Peppe Diana è l'avvocato
Gaetano Pecorella, difensore di uno dei condannati per l'omicidio del
sacerdote. Scrive e chiede scusa a tarda sera l'avvocato - e
parlamentare del Pdl - che in una trasmissione televisiva aveva parlato
di "movente non chiaro" dell'assassinio. Prova così a mettere fine a una polemica che, scatenata dalle sue
parole, ha visto l'opposizione chiedere le sue dimissioni da presidente
della commissione d'inchiesta sulle ecomafie. E scendere in campo nei
giorni scorsi anche Roberto Saviano in difesa del prete "ucciso perché lottava contro i clan".
La giornata ieri era cominciata la netta presa di posizione del
procuratore antimafia Pietro Grasso: "Non ci può essere polemica tra la
tesi difensiva di un avvocato che parla in nome e per conto del suo
cliente e l'autorità di una sentenza passata in giudicato". E
soprattutto: "Basta con le insinuazioni su don Diana. Basta con le
insinuazioni usate per delegittimare chi lotta e muore contro la mafia,
come è stato fatto con don Puglisi o Giuseppe Falcone. Siamo purtroppo
abituati alle insinuazioni che servono a delegittimare la figura morale
dei nostri modelli, dei nostri esempi, delle nostre speranze di poter
cambiare attraverso di loro la triste realtà ancora presente".
Figure morali, modelli, li chiama il procuratore. Per il presidente
della Campania Antonio Bassolino sono eroi. "L'esempio e la memoria di
don Diana sono un patrimonio collettivo della coscienza civile del
nostro Paese che dobbiamo tutelare e difendere, sempre, in ogni
momento. Don Peppe Diana è stato due volte un eroe, della Chiesa e
dello Stato, così come attestano numerose sentenze".
Nel pomeriggio si moltiplicano gli interventi contro Pecorella.
L'onorevole Pina Picierno del Pd ne chiede le dimissioni da presidente
della commissione Ecomafie, come Pino Sgobio, del Pdci, che invita
anche i ministri della Giustizia e dell'Interno "a pronunciare parole
definitive su questa incredibile e assurda vicenda". A fare da mediatore ci
prova Davide Parenzo, nella cui trasmissione Iceberg, su Telelombardia,
Pecorella pronunciò le "frasi incriminate" durante un'intervista.
"Conosco Pecorella da anni e non credo fosse in alcun modo sua
intenzione infangare la memoria di un grande uomo come don Diana. Mi
piacerebbe avere Saviano e Pecorella insieme a raccontarci come si
combatte la criminalità organizzata". In serata la lettera di scuse.
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29 luglio 2009
Non solo facebook
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9 maggio 2009
9 maggio
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23 aprile 2009
Propaganda
| inviato da lottaecontemplazione il 23/4/2009 alle 18:3 | |
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11 aprile 2009
Buona Pasqua
| inviato da lottaecontemplazione il 11/4/2009 alle 17:35 | |
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26 febbraio 2009
Dario Fo... Morte ai fanatici ambientalisti
PROPRIO ieri 24
febbraio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato a camere
riunite il suo progetto riguardo la produzione di energia e ha specificato che
la produzione sarà pulita e rinnovabile. Inoltre, ha annunciato la quota di
denaro che lo Stato americano ha intenzione di stanziare a cominciare da subito.
Ha aggiunto: "Il nostro primo obiettivo è quello di riuscire ad abbattere
drasticamente l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra".
Il giorno
stesso, a Roma, il nostro primo ministro Berlusconi firmava un accordo per
attuare nel nostro paese l'impianto di ben quattro centrali nucleari di terza
generazione, e non ha assolutamente parlato dei problemi di riscaldamento
globale. Segnaliamo a questo proposito che l'inquinamento della città di Milano
per ben 35 giorni sui 55 dall'inizio dell'anno ha superato il livello di
inquinamento atmosferico, raggiungendo i 171 microgrammi di polveri sottili,
contro i 50 del limite europeo. Ma il Governo italiano e il Comune di Milano non
fanno una piega.
Tornando al nucleare, Berlusconi ci dà notizia
dell'avvenuto accordo sfoderando un sorriso compiaciuto. E aggiunge che
finalmente si è "abbattuto il fanatismo ecologico di una parte politica che già
vent'anni fa ci aveva impedito di terminare la costruzione di due nuove
centrali". Quindi si torna al nucleare? Ma come, ci siamo battuti tanto, il 70%
degli italiani nel referendum sulle centrali ha votato contro, e lui ci
definisce in massa fanatici dell'ecologia? E specifica che quello nucleare è un
metodo ormai controllabile e sicuro. Ma come sicuro? Silvio, ti sei scordato che
non più tardi dell'anno scorso in Francia succedeva un disastro: dall'impianto
nucleare più importante della nazione, fuoriuscivano scorie tossiche che
colpivano dieci operai. "Ma, calma!" dice il ministro francese, "degli operai
sono stati colpiti dalle esalazioni, è vero, ma solo leggermente". Cosa
significa "leggermente"? Significa che i danni procurati alla salute di quei
dipendenti sono insignificanti: gli son diventati i capelli un po' azzurri, gli
occhi fluorescenti e la pelle leggermente squamata. Qualcuno ha anche le
branchie, ma gli stanno bene.
Ma io mi
chiedo, questo nostro presidente è disinformato naturale o ha studiato per
diventarlo? Nessuno gli ha detto che, a parte il pericolo continuo di disastro
tipo Chèrnobyl, per il nucleare esiste il problema delle scorie? E che noi, in
Italia, per il solo fatto di aver messo in funzione un paio di centrali nucleari
cinquant'anni fa, ancora oggi abbiamo scorie che non sappiamo dove sbattere? E
lo stesso accade anche in Francia, Il presidente ha dichiarato che entro il 2020
da noi sarà già attiva la prima delle quattro centrali previste. Ma quel
cervello incandescente di governante sa cosa costa montare una centrale
nucleare? In Finlandia ne stanno costruendo giusto una di ultima generazione.
Avevano previsto che sarebbe costata un miliardo di euro, ma a metà percorso si
sono accorti che il miliardo previsto s'era raddoppiato, due miliardi. Ora i
responsabili della centrale, gente preparata e onesta, hanno avvertito che il
valore dell'energia che riusciranno a produrre con quella loro centrale non
riuscirà a coprire neanche la metà dei costi di fabbricazione ed impianto. Non
solo, ma che la perdita aumenterà a dismisura quando, fra una ventina d'anni,
come di norma, dovranno smontare tutto l'impianto e preoccuparsi di imballare
ogni elemento dentro un enorme container in cemento armato, e poi andare a
sistemarlo in uno spazio scavato nella roccia a un minimo di dieci metri sotto
il livello del suolo.
E il nostro presidente, sempre lui, Silvio Eta
Beta, assicura che l'energia nucleare è la più economica e produce ampi vantaggi
e viene smentito immediatamente da ogni scienziato onesto e informato che lo
sbeffeggia: "Ma che dici, Eta? Attento a te, i reattori funzionano solo grazie
all'uranio arricchito. Ora devi sapere che negli ultimi anni il prezzo di questo
propellente è aumentato di addirittura sette volte, per la semplice ragione che
le riserve stanno per finire; e giacché il governo italiano ha appreso che per
soddisfare l'intiero bisogno della nazione si dovrebbero realizzare, sul vostro
territorio, almeno sessanta centrali dell'ultima generazione, dove andate a
sbattere? Vi è sfuggito il particolare che per raggiungere questo numero
abbisognano almeno trent'anni, con una spesa da fantascienza? E poi c'è il guaio
che proprio in ragione dell'enorme numero di centrali che ogni paese cosiddetto
civile ha in programma di costruire, entro quindici anni di uranio fruibile non
ce ne sarà più e allora con cosa le fai andare le sessanta centrali, con le
noccioline? O col popcorn?! E poi, cervellone mio, ci spieghi in quale zona o
territorio hai in mente di costruirle queste centrali? Nessuno ti ha detto che
l'Italia è un paese a forte incidenza tellurica? E che dal nord al sud più
profondo non c'è luogo dove sia pensabile montarci un impianto nucleare? L'unico
sicuro sarebbe Roma, anzi il Vaticano è proprio il punto ideale... io insisto e
firmo per una soluzione del genere
| inviato da lottaecontemplazione il 26/2/2009 alle 15:24 | |
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26 gennaio 2009
la città è un luogo d'incontro?
los angeles
skyline
| inviato da lottaecontemplazione il 26/1/2009 alle 14:48 | |
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27 dicembre 2008
Fossati su De Andrè
Il calcio, la tv. L’altro fabrizio sapeva godersi le giornate di «bonaccia»
Non vado pazzo per le celebrazioni, le beatificazioni, le
rievocazioni. Normalmente ne sto lontano, perché considero sacrosanto
solo il ricordo strettamente personale dei fatti e delle persone.
Quello, per intenderci, che si conserva da soli, in silenzio. Ma certo
si può ammettere qualche legittima deroga a tutto questo. Fabrizio De
André è stato ricordato e celebrato, forse ogni singolo giorno dal
momento della sua scomparsa, come non era accaduto prima a nessun
grande artista italiano. Questo testimonia il vuoto tangibilmente
grande che ha lasciato nel cuore e ancor più nel bisogno di conforto
dei molti che lo hanno amato. Piccole e grandi celebrazioni avvenute un
poco dovunque in giro per l’Italia. Tributi sempre più o meno accorati
e a distanza di dieci anni non ancora liberati del tutto dall’ombra
accompagnatrice del rimpianto. Perfino la sorpresa, per la perdita di
quell’uomo così discreto ma così presente nella storia dei sentimenti
di questo Paese, si è fatta sentire fino all’ultimo, cioè fino a oggi.
Così le celebrazioni sono state spesso vagamente lacrimose.
La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne
sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie,
delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate.
Merita soprattutto di sfuggire all’aneddotica prêt à porter cui vengono
fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in
grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di
strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c’erano, si
moltiplicano a dismisura.
«Fabrizio oggi è di tutti» dice Dori Ghezzi con tollerante senso
della realtà. Purtroppo nessuna seriosissima esegesi, nessuno
scandagliamento della sua opera ci restituisce la complessità, o se si
preferisce, la completezza del carattere di De André. Così,
personalmente, ho più cara nei miei ricordi la parte di lui che lo
faceva «parlare basso», da buon genovese a un altro genovese. Niente
lessico da libro stampato, nessun massimo sistema, ma frequenti
risultati di partite di calcio. Il Genoa. E magari qualche gioioso
apprezzamento per rotondità muliebri fuggevolmente offerte da programmi
tv di taglio basso. Garbato e sornione s’intende, in salsa fredda, alla
ligure. Un mondiale di calcio, il festival di Sanremo, le televendite.
Qualche lieve ubriacatura. Un po’ di birre a Sestri Levante per
festeggiare il testo di «A Cimma», che ci era sembrato irraggiungibile.
E improvvisamente le ginocchia di tutti e due che non reggono più per
tornare a casa. Perché non erano più gli anni settanta. Era questo un
De André «semplificato» che la gente avrebbe amato e compreso ancora di
più, se è mai possibile. Le leggerezze dette a piena bocca umanizzano.
Sono un dono che il cielo fa agli uomini di grande intelligenza, i
quali se vogliono ne usano, come per cercare riposo. Alcuni che
idealizzano e rendono monumentali uomini e artisti, secondo un’immagine
che non ammette imperfezioni, non capirebbero.
Fabrizio era vitale e come ogni persona del suo tipo era capace
di scarti improvvisi, di spiazzamenti all’interno del suo stesso
essere. Figurarsi all’esterno, cioè stargli vicino. Giornate intere di
bonaccia, calma quasi piatta, e poi improvvise scosse elettriche con
rincorse verso l’alto o verso il basso. In alto lo spirito filosofico e
in basso il fondo dei garbugli umani. Secondo l’umore, secondo la
giornata. Troppo terribilmente intelligente per definirlo un buono. Ma
quest’ultimo era il Fabrizio che preferivo. Invece il grande artista,
quello come tutti se lo sarebbero aspettato, lo conoscevo bene. Ero
stato un suo ammiratore molto prima che un suo amico. A poco più di
vent’anni avevo letteralmente consumato sul piatto del giradischi «Non
al denaro, non all’amore, né al cielo» e «Storia di un impiegato».
Tenevo in considerazione quei due album al pari di quelli di
Jimi Hendrix o degli Stones. Nessuna differenza. Come se la musica di
Fabrizio fosse arrivata anch’essa dall’America, da Plutone o da un
pianeta ancora più lontano, sul quale fosse lecito scrivere canzoni in
italiano. L’eroe che aveva tradotto in musica «Spoon River»,
allontanandola dalla noia delle antologie scolastiche lo conoscevo già.
Ora a distanza di anni, durante la scrittura di «Anime salve» mi
piaceva di più passare quei lunghi pomeriggi piemontesi con un Fabrizio
quieto e sorridente, accovacciato a terra davanti a un apparecchio
radio degli anni sessanta, in attesa dei risultati delle partite di
calcio, la domenica pomeriggio.
«Il Genoa, il Genoa, cos’ha fatto il Genoa»? Ma la sua squadra
del cuore non brillava granché in quel periodo. Forse questo decennale
e la grande mostra che si inaugura a Genova non faranno di Fabrizio De
André un immobile monumento. Forse a Genova la marea di gente che gli
vuole bene potrà servirsi da sé a piene mani e ubriacarsi di dati,
ricordi e racconti digitali. In mezzo a tutte quelle immagini io dico
che dovrà essere come un prolungato abbraccio festoso. Senza più ombra
di rimpianto. Anche per via di quella gioia che infonde, soprattutto
nei ragazzi, il poter rovistare navigando nella tecnologia. E la
tecnologia risponde nell’unico modo che sa: raccontando perfettamente
il passato, ma con la voce del futuro.
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10 dicembre 2008
Torna...uno Speciale
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24 novembre 2008
Pausa... scacchi!
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11 novembre 2008
Buonasera Chicago!
“Buonasera Chicago!
Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita del fatto che l’America sia
il posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei
nostri Padri sia vivo oggi, che ancora si interroga sul potere della
nostra democrazia, stasera ecco la risposta. E’ la risposta data da
giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri,
bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e
non disabili...”
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Barack Obama
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Ora l’ipocrisia si spreca. Tutti rivendicano a sé il
cambiamento, come se questo potesse avvenire a prescindere dai
contenuti dei quali Barack Obama è portatore. Ma questo ci racconta
della disonestà intellettuale di quanti in questi anni non hanno fatto
altro che rincorrere i neoconservatori americani nelle tragiche
avventure militari all’insegna dello “scontro di civiltà”,
nell’unilateralismo che ha fatto a pezzi il diritto internazionale,
nella religione del mercato che ha portato al delirio di una finanza
internazionale diventata un grande casinò nel quale si scommette anche
sull’andamento del prezzo del grano (ovvero sulle carestie) e che ha
trascinato l’economia mondiale su una china rovinosa, nell’odiosa
affermazione che il proprio sistema di vita non è negoziabile con
l’esito di andarsi a prendere le risorse dove ci sono usando ogni mezzo
ed ignorando che questo pianeta ha già superato da tempo il limite
della sostenibilità.
Il 5 novembre il mondo si è svegliato diverso. Forse non ancora
nel concreto della vita di milioni di persone alle prese con la
sopravvivenza, forse non ancora per chi ha vissuto l’inizio di questo
nuovo secolo fra scenari di guerra e cumuli di immondizie, forse non
ancora per chi si è ritrovato senza i risparmi di una vita per effetto
di una bolla finanziaria che prima o poi era destinata a scoppiare… Ma
non v’è dubbio che dagli Stati Uniti oggi ci arriva un messaggio
diverso, di cambiamento, ed il cambiamento non è solo
nell’avvicendamento di un presidente, è in ciò che Obama rappresenta e
nelle idee che hanno fatto da sfondo alla sua lunga campagna elettorale
e che oggi, con il loro affermarsi, aprono una nuova speranza globale.
Il fatto che gli Stati Uniti abbiano eletto per la prima volta un
presidente afroamericano è in sé un messaggio a tutto il pianeta.
Quando in Europa ritornano i fantasmi del razzismo e si sdoganano
gruppi di destra che parlano di Hitler e Mussolini come grandi
statisti, l’elezione di un uomo il cui nonno era un pastore keniota,
non può che infonderci speranza.
Ma il cambiamento rappresentato dalla elezione di Barack Obama è
forse ancora più significativo sul piano dei contenuti che segnano la
fine di un’era e dell’incubo che ha portato con sé, quello della
“guerra infinita”. Di quella logica che ha riempito il mondo di
inquietudine e di paura, di inclusione ed esclusione, nella quale il
nemico era ed è quello che ci insidia più da vicino, che ha portato la
gente a vivere con le unghie fuori, sostituendo l’aggressività al
sorriso, considerando l’altro e la sua diversa identità in sottrazione
piuttosto che in ascolto.
Un incubo dal quale l’Europa non sa ancora risvegliarsi. E così,
di fronte ad un mondo sempre più interdipendente, le paure diventano
rancore, e il rancore progetto politico.
Anziché cavalcare quelle paure, tanto i fantasmi agitati
strumentalmente da qualcuno per fini elettorali quanto l’inquietudine
verso un futuro che appare incerto, la lezione che ci viene dagli Stati
Uniti d’America ci indica un’altra strada, diversa da quella
dell’illusorio chiuderci in una fortezza a difesa di quel che abbiamo,
ma all’incontrario della necessità di aprirci avendo il coraggio di
affrontare le questioni che oggi si pongono in ogni parte del pianeta
che riguardano il futuro di tutti noi, a partire dalla semplice
constatazione che siamo parte – per usare la bella espressione di Edgar
Morin – di una comunità di destino terrestre.
Sono due visioni, a cui corrispondono due risposte diverse. Altro che tutti uguali.
Michele Nardelli (fonte www.unimondo.org)
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11 novembre 2008
Omaggio di Saviano a Miriam Makeba
Cosa è il blues?, si chiede lo scrittore afroamericano Ralph Ellison.
Il blues è quello che i neri hanno al posto della libertà. Dopo aver
saputo della morte di Miriam Makeba, mi è subito venuta in mente questa
frase. Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno
avuto al posto della libertà: è stata la loro voce. Nel 1963 ha portato
la propria testimonianza al comitato contro l'apartheid delle Nazioni
Unite. Come risposta il governo sudafricano ha messo al bando i suoi
dischi e ha condannato Miriam all'esilio. Trent'anni d'esilio.
Da quel momento la sua biografia si è fatta testimonianza di impegno
politico e sociale, una vita itinerante, come la sua musica vietata. Nelle perquisizioni ai militanti del partito di Nelson Mandela vengono
sequestrati i suoi dischi, considerati "prova" della loro attività
sovversiva. Bastava possedere la sua voce per essere fermati dalla
polizia bianca sudafricana. Ma la potenza delle sue note le conferisce
cittadinanza universale fa divenire il sudafrica terra di tutti. E
soprattutto l'inferno dell'apartheid un inferno che riguarda tutti.
Negli anni Sessanta, approdata negli Stati Uniti, Miriam Makeba si
innamora di Stokley Carmichael, leader delle Pantere Nere e i
discografici in America le cancellano i contratti, perché Mama Africa
non combatte con i mezzi della militanza politica ma con la voce. E
questo fa paura. Lei arriva alla gente attraverso la sua musica,
attraverso successi mondiali come Pata Pata che tutti ballano, che
piacciono a tutti, con una forza dirompente e vitale che il governo
dell'apartheid come i razzisti di tutto il mondo non sanno come
arginare o combattere.
Così, a
76 anni, è venuta a cantare persino in un posto che sembra dimenticato
da dio, dove persone solerti hanno organizzato un concerto per portare
un po' di dignità a una terra in ginocchio. E l'altra sera mi hanno
chiamato di notte. Checco che aveva seguito l'organizzazione del
concerto, mi ha detto che Miriam Makeba non si sentiva bene, "ma la
signora vuole cantare lo stesso, vuole il tuo libro nell'edizione
americana nel camerino, Robbè, è tosta!". Quando mi avevano detto che
Miriam Makeba aveva accettato di cantare a Castel Volturno nel concerto
in mia vicinanza che chiudeva gli "Stati generali della scuola del
Sud", al primo momento stentavo a crederci. Invece lei che per anni
aveva lottato e aveva viaggiato cantando per tutta l'Africa e il resto
del mondo, voleva venire anche in questo angolo sperduto dove quasi due
mesi prima c'era stata una strage di sette africani. Ché per lei erano
africani, non ghanesi, ivoriani o del Togo.
In questa idea panafricana che fu di Lumumba e che mai come oggi sembra
per sempre purtroppo sepolta. Mama Africa si è esibita a pochi metri da
dove hanno ammazzato l'imprenditore Domenico Novello, un morto
innocente, nativo di queste terre, che invece è morto solo, senza
partecipazione collettiva, rivolta, fratellanza. La morte di Miriam
Makeba, venuta a portarmi la sua solidarietà e testimoniarla alla
comunità africana ed italiana che resiste al potere dei clan, è stato
per me un enorme dolore. Enorme come lo stupore con cui ho accolto la
dimostrazione di passione e forza di una terra lontana come quella
sudafricana che già nei mesi passati mi aveva espresso la sua vicinanza
attraverso l'arcivescovo Desmond Tutu. Invece, grazie alla loro storia,
persone come Tutu o come Miriam Makeba sanno meglio di altri che è
attraverso gli sguardi del mondo che è possibile risolvere le
contraddizioni, attraverso l'attenzione e l'adesione, il sentirsi
chiamati in causa anche per accadimenti molto lontani. E non con
l'isolamento, con la noncuranza, con l'ignoranza reciproca.
Il Sudafrica vive una pressione dei cartelli criminali enorme, ma i
suoi intellettuali e artisti continuano ad essere attenti, vitali e
combattivi. Desmond Tutu stesso definì il Sudafrica "rainbow nation",
nazione arcobaleno, lanciando il sogno di una terra molto più varia e
ricca e colorata di un semplice ribaltamento di potere fra il bianco e
il nero. Miriam Makeba era e rimane la voce di quel sogno. Se c'è un
conforto nella sua tragedia si può dire che non è morta lontano. Ma è
morta vicina, vicina alla sua gente, tra gli africani della diaspora
arrivati qui a migliaia e che hanno reso propri questi luoghi,
lavorandoci, vivendoci, dormendo insieme, sopravvivendo nelle case
abbandonate nel Villaggio Coppola, costruendoci dentro una loro realtà
che viene chiamata Soweto d'Italia. È morta mentre cercava di abbattere
un'altra township col mero suono potente della sua voce. Miriam Makeba
è morta in Africa. Non l'Africa geografica ma quella trasportata qui
dalla sua gente, che si è mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa
ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero pure, la rabbia della
fratellanza.
(Copyright 2008 by Roberto Saviano Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)
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7 novembre 2008
Pericoloso
Lascio all'articolo di G.A. Stella la mia indignazione...
Dai «cinesi bolliti» alle corna Le battute di Silvio l'IncompresoLa gag su Rasmussen, Veronica e Cacciari. I finlandesi indignati per la leader «sedotta»
Convinto che grazie a lui l'Italia sia «il Paese più simpatico del
mondo», Silvio Berlusconi si è lanciato ieri in una delle battute che
lo fanno ridere assai. E nella scia dell'astuta diplomazia
internazionale di due ministri come Umberto Bossi e Roberto Calderoli
che da anni chiamano i neri «bingo bongo», ha ieri salutato Barack
Obama come uno «che è anche bello, giovane e abbronzato».
Come prenderà la cosa il prossimo presidente americano,
al quale il nostro premier si era già offerto di «dare consigli» come
usavano i barbieri col «ragazzo spazzola» non si sa. È da quando era
piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere:
«cioccolato», «carboncino», «palla di neve»... Non ci avesse fatto il
callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Certo, se il Cavaliere
voleva «sdrammatizzare» il primo commento del «suo» capogruppo al
Senato Maurizio Gasparri dopo l’elezione («Al Qaeda sarà contenta») non
poteva scegliere parole più eccentriche. Fatti i conti col contesto
internazionale, è probabile che Obama farà spallucce: boh, stupidaggini
all’italiana. Da prendere così, come le barzellette da rappresentanti
di aspirapolvere sui lager, i malati di Aids, i froci... L’importante è
non prendere sul serio chi le racconta. Esattamente quello che hanno
fatto, in questi anni, molti dei protagonisti della scena mondiale.
Spesso spiazzati dalle sortite di un uomo che secondo Giuliano Ferrara
è «un’opera pop».
Nessuno è mai stato stato così contento di se stesso e così spesso «incompreso» sulla scena mondiale.
Basti ricordare quando disse al parlamento europeo che avrebbe proposto
a un amico che girava un film sui lager nazisti di dare al socialista
Martin Schulz la parte del kapò. Gelo in aula. Interrotto dopo lo
stupore da urla d’indignazione. E lui: «Era solo una battuta per cui è
scoppiato a ridere l’intero Parlamento. Un’osservazione di venti
secondi poiché volevo allentare l’atmosfera... La vicenda è stata
enormemente gonfiata dalla sinistra». In realtà, spiegò, «in Italia
tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno
scherzare sulle tragedie per superarle...». E a quel punto si
incazzarono ancora di più gli ebrei. Che difficile, farsi capire... Non
lo capirono i ministri degli Esteri europei quando a una riunione a
Caceres fece le corna a un collega durante la foto ufficiale: «Volevo
far ridere un simpatico gruppo di giovani boy-scout». Non lo capirono i
giornalisti russi il giorno che, già ustionati dal numero di cronisti
assassinati a Mosca, restarono basiti per il modo in cui reagì alla
domanda di una giovane reporter che aveva osato chiedere a Putin se
avesse una relazione con una gentile signorina: fece finta di
imbracciare un mitra e di dare una sventagliata. Non lo capì il danese
Rasmussen quando spiegò che «è anche il primo ministro più bello
d’Europa... Penso di presentarlo a mia moglie, perché è molto più bello
di Cacciari... Secondo quello che si dice in giro... Povera donna».
E poi non lo capì il giornalista del Times:
«Nel bel mezzo del discorso di Chirac in Canada, Berlusconi si è alzato
e ha cominciato a distribuire orologi agli altri leader, con un
delizioso sprezzo politico». Non lo capirono i palestinesi quando
ammiccò: «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivù per la striscia di
Gaza, gli manderò "Striscia la notizia"». E non lo capì il cronista del
giornale russo Kommersant durante la visita di Berlusconi e Putin allo
stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era
particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non
sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi ad un
gruppo di operaie. Poi rivolto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice
più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è
avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha
fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili,
quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata ma il
signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche
più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha
iniziato spudoratamente a baciarla in faccia».
Che male c’è? È estroso. Macché: non lo capiscono.
Come quella volta che spiegò: «Mi accusano di aver detto che i
comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e
scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini,
ma li bollivano per concimare i campi». Non l’avesse mai fatto!
Immediato comunicato del ministero degli Esteri cinese: «Siamo
contrariati da queste affermazioni infondate. Le parole e le azioni dei
leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di
relazioni amichevoli tra la Cina e l’Italia». Uffa, era una battuta...
Sul cibo, poi... «Rimpasto? No, grazie, non mi occupo di paste
alimentari... Poi, dopo la visita in Arabia Saudita, mangio solo riso
in bianco...». E si indispettirono i sauditi. Uffa, che permalosi... Il
massimo lo diede sulla sede dell’agenzia alimentare europea che
rischiava di finire a Helsinki: «Parma sì che è sinonimo di buona
cucina, mentre i finlandesi non sanno nemmeno cos’è il prosciutto. Come
si può pensare di collocare questa agenzia in un Paese che forse va
molto fiero della renna marinata o del pesce baltico con polenta? Per
portare l’Agenzia a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy con la
presidente finlandese Tarja Halonen». Ed ecco l’incidente diplomatico.
Con tanto di protesta ufficiale e convocazione dell’ambasciatore
italiano: come si permetteva? Immediata rappresaglia delle associazioni
dei produttori finlandesi: «Non compreremo più vini e oli italiani». E
lui: «Ho fatto solo una battuta di galanteria. C’è una mancanza di
sense of humour...». In fondo si tratta di strategia internazionale.
«Cazzeggio strategy», diciamo. Mica le capisce, certe reazioni. Lui,
quando a un vertice è saltata fuori la storia che è bassotto mica se
l’è presa. Si è tolto una scarpa, l’ha messa sul tavolo e l’ha mostrata
a tutti: «Visto? Non ce li ho i tacchi alti. È che mi dipingono così».
Gian Antonio Stella
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5 novembre 2008
The President
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2 novembre 2008
Torniamo tutti a studiare

studio
ONDA
Legge 133
| inviato da lottaecontemplazione il 2/11/2008 alle 23:4 | |
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10 ottobre 2008
Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana
"Conosco bene il problema della corruzione... Io smisi di costruire a
Milano, perché a Milano non si poteva costruire niente se non ti
presentavi con l'assegno in bocca... Questo, per fortuna, avveniva
molti anni fa" (Silvio Berlusconi - imprenditore ???)
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